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Ottobre 9, 2026

Renzi indigesto, Kiev divisiva: Conte alza la posta e Schlein rischia la poltrona

Il leader pentastellato vuole depotenziare il capo di Iv e chiudere con gli aiuti militari all’Ucraina. La segretaria dem predica unità, ma non scioglie le contraddizioni che possono costarle la leadership del campo largo

di Vittorio Keller 

Due palcoscenici, due copioni e un unico spettatore da conquistare: il centrosinistra che sogna di tornare a Palazzo Chigi senza aver ancora deciso chi debba tenere il timone. Alla festa del Foglio e a quella di Fanpage, Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno offerto due interpretazioni dello stesso psicodramma.

Il primo recita la parte del padrone di casa che pretende di dettare le condizioni a tutti gli ospiti. La seconda quella della padrona di casa che sorride, distribuisce pacche sulle spalle e spera che nessuno faccia saltare il ricevimento prima del dessert.

Lui non nasconde le pretese, lei nasconde le difficoltà. Entrambi puntano alle primarie, ma mentre Conte sembra già impegnato a scriverne il regolamento a proprio uso e consumo, Schlein è ancora alle prese con la difficile arte di non scontentare nessuno. Un’impresa che, in politica, somiglia pericolosamente al modo più elegante di farsi fregare.

 Conte è stato pietoso e patetico, trattandosi di uno che si definisce leader di partito, su Matteo Renzi: «Mi depotenzia». Eccolo, il capo politico che confessa al pubblico la propria vulnerabilità come se stesse chiedendo al Pd una polizza contro gli imprevisti. Renzi gli fa paura, la sua presenza gli guasta i rapporti di forza, il suo peso rischia di ridimensionare le ambizioni pentastellate.

E allora la segretaria democratica dovrebbe intervenire, rassicurarlo, mettergli a disposizione una garanzia politica e possibilmente certificare che il senatore fiorentino, una volta entrato nella coalizione, non potrà nuocere al suo prezioso equilibrio. Altro che progetto comune: siamo alla richiesta di un’assicurazione sulla sopravvivenza del Movimento.

Schlein, dal canto suo, continua a sventolare la bandiera dell’unità, come se bastasse ripetere la parola tre volte per trasformare una rissa tra aspiranti leader in una coalizione di governo. Bisogna evitare divisioni, non consegnare un’altra vittoria alla destra, costruire un’alternativa. Tutto ragionevole, persino condivisibile. Peccato che Conte non stia negoziando sulla necessità di stare insieme, ma sul prezzo che la segretaria è disposta a pagare per trattenerlo a bordo.

E ogni volta che lei invoca la concordia, lui incassa un’altra cambiale in bianco. Perché se uno pretende garanzie e l’altra offre rassicurazioni, il risultato non è un accordo tra pari: è una trattativa nella quale uno presenta il conto e l’altra cerca disperatamente di convincersi che non sia poi così salato. Il paradosso è che Schlein sembra convinta di addomesticare Conte con la pazienza. Lui, invece, ha tutta l’aria di voler addestrare lei alla subordinazione.

Poi c’è l’Ucraina, dove la commedia delle ambiguità smette di essere soltanto una questione di poltrone e diventa un problema di politica estera, di sicurezza europea e di credibilità. Al Foglio Schlein ha ribadito il sostegno a Kyjiv e la contrarietà a una pace imposta all’aggredito sotto forma di capitolazione. Bene. Ma resta da capire come intenda conciliare questa posizione con quella del suo aspirante alleato, che vorrebbe chiudere il rubinetto degli aiuti militari.

Quando si governa, le contraddizioni non spariscono perché si è firmato un programma elettorale: diventano decisioni, voti parlamentari, responsabilità internazionali. E prima o poi qualcuno deve scegliere. Se la linea sarà quella di Schlein, Conte dovrà ingoiare il rospo. Se sarà quella di Conte, toccherà alla segretaria spiegare perché le sue parole sulla resistenza ucraina valevano fino al giorno prima delle elezioni. Invocare l’unità, in questo caso, non è una soluzione. È un espediente per lasciare la patata bollente sul tavolo e sperare che, nel frattempo, nessuno si accorga del fumo.

Alla festa di Fanpage, Conte ha aggiunto un’altra perla al repertorio. Interrogato sul ruolo di Zelensky come eventuale impedimento alla pace, ha preferito rifugiarsi nella mancanza di una conoscenza diretta del presidente ucraino. Curiosa prudenza, per un uomo che sulle conseguenze della guerra e sulle responsabilità dei protagonisti non lesina affatto giudizi quando si tratta di contestare gli aiuti militari a chi si difende.

Per esprimere dubbi su Zelensky servirebbe dunque una frequentazione personale; per decidere che l’Ucraina debba fare a meno delle armi, evidentemente, basta molto meno. La cautela è una virtù, purché non venga applicata soltanto quando fa comodo. Ma Conte sa bene quale musica suonare davanti al proprio pubblico: diffidenza verso Renzi, stop alle armi, porte sbarrate ai moderati che non accettano di farsi dettare la linea dai Cinquestelle.

È una proposta politica riconoscibile, magari discutibile, ma almeno priva di troppi giri di parole. Il guaio è che Schlein dovrebbe tenere insieme proprio chi quella musica la considera insopportabile e chi, invece, vorrebbe ballarci sopra. E qui si apre la voragine sotto i piedi della segretaria. Perché le primarie non sono un convegno di diplomatici incaricati di trovare una formula abbastanza vaga da consentire a tutti di dichiararsi soddisfatti. Sono una competizione nella quale gli elettori devono capire chi vogliono mandare alla guida della coalizione.

Ai gazebo si può arrivare con una posizione moderata o radicale, con un programma ambizioso o con una proposta di compromesso. Ma è difficile chiedere un’investitura sulla base di un gigantesco punto interrogativo. Chi considera Renzi un corpo estraneo, chi non vuole sentir parlare di aiuti militari a Kyjiv e chi guarda con sospetto qualsiasi apertura al centro sa già dove trovare un interlocutore che gli promette una linea netta: Giuseppe Conte. Chi, invece, vorrebbe un centrosinistra europeista, credibile in politica estera e capace di parlare anche a un elettorato non ideologicamente ostile ai moderati, da Schlein rischia di ricevere soprattutto una raccomandazione: abbiate pazienza, ci metteremo d’accordo.

Il punto è che la segretaria confonde troppo spesso la capacità di tenere insieme una coalizione con quella di guidarla. Sono due mestieri diversi. Il primo richiede diplomazia, il secondo anche il coraggio di stabilire dei confini, assumersi delle responsabilità e dire qualche no. Se ogni dissenso diventa una crisi da scongiurare, ogni alleato un cliente da accontentare e ogni questione controversa un problema da rimandare, il leader finisce per somigliare a un amministratore di condominio che convoca assemblee infinite senza riuscire a far approvare neppure il preventivo dell’ascensore.

Conte, invece, ha capito che la debolezza della sua interlocutrice è una risorsa negoziale: più lei teme la rottura, più lui può alzare la posta. E più lei cerca di dimostrare che tutti possono convivere, più lui si accredita come l’unico in grado di parlare senza chiedere permesso a nessuno. Alla fine, il confronto tra i due racconta una verità poco edificante per il Pd. Conte può permettersi di essere divisivo perché ha un obiettivo preciso: conquistare la leadership del campo largo, o almeno impedire che la conquistino altri senza passare dal suo consenso. Schlein, invece, rischia di essere prigioniera della coalizione che dovrebbe guidare, impegnata a difendere un’unità che nessuno sembra voler garantire gratuitamente.

E intanto le primarie si avvicinano, con il rischio che la partita venga decisa non da chi abbia il progetto migliore per il Paese, ma da chi abbia saputo sfruttare più abilmente le debolezze dell’avversario. Forse è per questo che i sondaggi danno Conte in vantaggio per le primarie. Un fatto che segnerebbe la fine politica di Schlein e, nel suo partito, sarebbero pochi a rimpiangerla.

 

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