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Ottobre 28, 2026

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Il capolavoro di Azar Nafisi rivive sul grande schermo e racconta la sfida di una professoressa e delle sue studentesse al regime iraniano. Tra veli imposti, libertà negate e repressione, la letteratura diventa uno strumento di emancipazione e resistenza

di Maria Rullo

Il capolavoro letterario della scrittrice iraniana Azar Nafisi, prima straordinario successo editoriale e oggi potente adattamento cinematografico, ci proietta all’interno di una realtà che l’opinione pubblica occidentale non può e non deve più ignorare.

L’opera racconta la vicenda autobiografica della stessa Nafisi, professoressa di letteratura inglese che, dopo aver studiato negli Stati Uniti, decide di fare ritorno in patria per insegnare all’Università di Teheran. La sua missione è trasmettere l’amore per i grandi classici occidentali alle nuove generazioni, convinta che la cultura sia uno strumento fondamentale di emancipazione.

Ben presto, però, la quotidianità di Azar e quella delle sue studentesse subisce una svolta drammatica. La rivoluzione culturale e l’instaurazione del regime teocratico irrompono con violenza inaudita nella vita del popolo iraniano, cancellando in un colpo solo i diritti fondamentali e le libertà individuali.

Per le donne scatta l’obbligo tassativo del velo e una rigida segregazione nella sfera pubblica. Davanti all’impossibilità di insegnare liberamente e al rifiuto di piegarsi alle regole del regime, Azar Nafisi compie una scelta coraggiosa: si dimette dall’università e trasforma la sua casa in un rifugio clandestino. Ogni giovedì mattina, sette delle sue studentesse più brillanti si riuniscono in segreto nel suo salotto. Tolto il velo all’ingresso, le ragazze riacquistano la propria identità e dignità, usando le pagine di Nabokov, Fitzgerald e Jane Austen come uno scudo per comprendere, interpretare e resistere alla dittatura che le circonda.

Tra le mura di quel salotto, il velo smette di essere un semplice precetto religioso e si carica di una drammatica valenza politica. La riflessione centrale che emerge dall’opera, infatti, non si arena nel dibattito sulla legittimità dell’hijab in sé — un indumento che, laddove frutto di una libera scelta, rappresenta un simbolo di fede, cultura e identità personale meritevole di totale rispetto — ma si concentra sulla violenza intrinseca della sua imposizione. Quando uno Stato totalitario si appropria del corpo femminile, codificando per legge l’abbigliamento, l’abito cessa di essere un’espressione identitaria e si trasforma in uno strumento di sottomissione coatta.

Su questo crinale non si possono ammettere compromessi morali o giustificazioni relativiste: la coercizione statale sul corpo e sulla coscienza delle donne è un atto ideologico e strutturalmente sbagliato. Privare l’individuo del diritto fondamentale di decidere come presentarsi al mondo significa tentare di cancellarne la dignità e l’esistenza stessa. Il confine netto tra l’autentica spiritualità e l’oppressione politica viene tracciato nel film da una dichiarazione di bruciante lucidità, che spazza via ogni ambiguità:

“Mia nonna era la musulmana più devota e fedele che io abbia mai conosciuto. Pregava all’alba ogni giorno, puntualmente. Portava il velo perché era una credente, non perché questo fosse un simbolo. L’Islam e lo Stato non sono la stessa cosa. Non lo erano per lei e non lo sono per me”.

Da questa dissociazione tra fede e regime scaturisce il dramma vissuto dalla protagonista. Fuori dalle mura domestiche, Azar arriva a definirsi “trasparente“: un’invisibilità forzata che diventa la condanna di ogni donna sotto la teocrazia. Privata del suo ruolo di insegnante, costretta a nascondersi dietro un velo imposto, Azar sperimenta l’annullamento della propria esistenza pubblica.

In una società trasformata in uno stato di polizia, persino coltivare un’amicizia o scambiare una parola diventa un atto di estremo pericolo. Il regime si nutre di sospetto collettivo, un meccanismo perverso in cui chiunque può essere arrestato in qualsiasi momento, non per aver commesso un reato, ma per colpe arbitrarie, reati d’opinione o colpe mai commesse, inventate dal potere per mantenere il controllo attraverso il terrore.

Diventare trasparenti fuori casa significa subire la cancellazione della propria identità. Ed è per questo che il salotto di Azar, dove i libri vengono letti a volto scoperto, cessa di essere una semplice stanza privata per tramutarsi in uno spazio politico e rivoluzionario. Tra quelle quattro mura si consuma l’atto di ribellione più radicale: esistere alle proprie condizioni.

Questa stanza segreta e pericolosa trova oggi una drammatica e tragica continuità nelle cronache dell’Iran contemporaneo. Le donne iraniane di oggi non sono libere; vivono sotto una sorveglianza digitale spietata e una repressione giudiziaria asfissiante.

Una delle dimostrazioni più agghiaccianti di questo clima di terrore è la vicenda di Najmeh Amini, studentessa iraniana di 23 anni, arrestata a Mashhad all’inizio del 2026 dopo essere finita nel mirino della polizia informatica del regime. Accusata di sabb al-nabi, ossia di insulto al profeta, per alcuni contenuti pubblicati sui social, è stata condannata a morte in primo grado. Una sentenza che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, risale al settembre scorso e che non risulta ancora definitiva.

La giovane ha ricevuto, in un procedimento separato, anche una condanna a oltre dodici anni di carcere per accuse di natura politica. Il 30 ottobre, persino l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è intervenuta per chiederne la salvezza.

La storia di Najmeh ci ricorda che la disobbedienza clandestina descritta da Azar Nafisi è diventata una trincea quotidiana a viso aperto. Camminare per strada senza velo o scrivere i propri pensieri online non sono diritti acquisiti, ma atti di coraggio estremo che si pagano con la vita. Sfidando le minacce e il finto moralismo di Stato, le donne dell’Iran continuano a lottare, dimostrando che nessuna teocrazia, per quanto feroce, è ancora riuscita a spegnere il loro disperato e irriducibile bisogno di esistere.

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