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Ottobre 30, 2026

Schlein la spunta, Conte ingoia Renzi: ma il campo largo resta un matrimonio d’interesse

Primarie entro febbraio e programma da definire. Il leader Cinquestelle deve fare i conti con la realtà, mentre le divergenze sull’Ucraina restano irrisolte. Il vero collante della coalizione? L’istinto di sopravvivenza

di Peppe Papa

Pare che questa volta ce l’abbiano fatta. All’ennesimo summit ristretto Pd-M5S-Avs, dopo settimane di schermaglie, veti incrociati e ripicche da cortile, sarebbero finalmente riusciti a prendere una decisione per uscire dall’impasse in cui si erano cacciati. Le primarie si faranno entro febbraio, anche se resta ancora da capire con quali regole e modalità. Intanto, si comincerà subito a discutere di programma, con l’obiettivo di arrivare entro la fine del mese a una prima bozza definita. E, soprattutto, dentro tutti, compreso Matteo Renzi, al quale Giuseppe Conte ha tentato fino all’ultimo di sbarrare la porta. Evidentemente, senza riuscirci.

Resta il macigno della politica estera, Ucraina e Unione europea in testa, che dovrà essere rimosso al tavolo programmatico, cioè prima di arrivare ai gazebo. Meglio evitare che la questione diventi l’ennesimo pretesto per suonarsele di santa ragione, offrendo agli avversari lo spettacolo, peraltro già abbondantemente collaudato, di una coalizione capace di farsi male da sola.

Elly Schlein, spalleggiata questa volta da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, evidentemente stanchi anche loro di assistere all’interminabile guerra tra i leader dei due principali partiti della coalizione, l’avrebbe spuntata, costringendo il rivale pentastellato ad abbassare la cresta. Un compromesso, assicurano, si troverà. Del resto, lo promettono entrambi da mesi, con una sicurezza inversamente proporzionale alla capacità finora dimostrata di mettersi d’accordo.

Ovviamente, registrata per dovere di cronaca la novità, resta intatto lo scetticismo sulla compatibilità politica dei convitati al tavolo. Tenere insieme le pulsioni massimaliste e populiste dei Cinquestelle, della sinistra e di ampi settori del Partito democratico, con le istanze di riformisti e moderati, le esigenze pragmatiche di sindaci e amministratori locali e le ricette economiche liberali di un Ernesto Maria Ruffini, somiglia più a un esercizio di equilibrismo che alla costruzione di una credibile alternativa di governo.

Il rischio è che, pur di non scontentare nessuno, si finisca per confezionare il solito programma buono per tutte le stagioni, nel quale ciascuno possa leggere quello che gli pare e nessuno sia costretto a rinunciare a nulla. Almeno fino al giorno dopo le elezioni.

L’unico vero vantaggio per tutti, il collante che potrebbe riuscire nell’ostica impresa, è che nessuno ha un’alternativa credibile. Un’intesa devono trovarla per forza, pena una sconfitta che rischierebbe di travolgere non soltanto le ambizioni di governo, ma anche i destini politici di parecchi protagonisti. Insomma, più che l’amore per un progetto comune, potrebbe funzionare il sano istinto di sopravvivenza. Che in politica, si sa, riesce spesso dove falliscono ideali, proposte e solenni dichiarazioni d’intenti.

Un aiuto, però, potrebbe arrivare paradossalmente proprio dalla nuova legge elettorale varata dalla destra di Giorgia Meloni, tanto ferocemente avversata dal centrosinistra. Infatti, se nessuno dei due schieramenti dovesse raggiungere la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, il meccanismo produrrebbe una distribuzione proporzionale dei seggi, senza un vincitore autosufficiente. E allora addio, almeno nei fatti, alla camicia di forza delle coalizioni precostituite. Ognuno per sé, libero di trattare, scegliere alleati e muoversi secondo convenienza, senza più dover sottostare ai veti e ai capricci degli ‘occasionali’ compagni di viaggio.

Su queste basi, naturalmente, cambierebbe tutta la prospettiva. L’accordo diventerebbe una sorta di matrimonio di necessità, con separazione dei beni e divorzio già contemplato nel contratto. Si sta insieme perché non si può fare altrimenti, ma senza giurarsi fedeltà eterna. Al massimo fino alla prossima fermata, quella delle urne.

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