

di Peppe Papa
Accomunati dalle stesse contingenze che li hanno proiettati alla carica di primi cittadini di due delle più importanti metropoli italiane e dall’identico disastro amministrativo. Virginia Raggi e Luigi De Magistris, sindaci rispettivamente di Roma e Napoli, hanno rappresentato il peggio del populismo e dell’anti politica coniugati in chiave di governo di realtà complesse come quelle delle capitali d’Italia e del Mezzogiorno. E, in entrambi i casi, con il Pd principale complice delle reciproche affermazioni.
Così se a Napoli la parabola dell’ex pm dopo dieci anni volge al termine nell’ignominia, quella della sua collega romana si appresta ad essere replicata con la benedizione di Beppe Grillo e quella, nuovamente per manifesta impotenza, del partito di Nicola Zingaretti.
Nel 2011fu De Magistris il primo a sfruttare a suo vantaggio la sicumera della principale forza del centrosinistra, alla guida della città da almeno cinque lustri, ma alle prese con una feroce faida interna scatenatasi al termine dell’epopea bassoliniana e risolta in primarie dall’esito contestato poi finite in tribunale e un candidato di bandiera, l’ex prefetto Mario Morcone, destinato a una sconfitta annuciata e l’appoggio al ballottaggio all’allora outsider arancione.
Una vittoria sul filo di lana contro l’imprenditore Gianni Lettieri, sostenuto da Forza Italia e un variegato fronte di centrodestra che al primo turno aveva raccolto il 45% dei consensi nei confronti dell’appena 27% di DeMa, suo imprevisto rivale.
Stessa storia ripropostasi cinque anni dopo nel 2016, quando era apparso chiaro a tutti l’inadeguatezza del sindaco uscente, ma con una variante ancora più inquietante per quel che riguarda il contributo Dem alla sua rielezione.
Nuove primarie farlocche, con voti acquistati davanti ai seggi a 20 euro l’uno e una vittima designata, questa volta di primo piano, nientemeno che Antonio Bassolino. L’icona del Rinascimento napoletano degli anni novanta al quale non bastò il grande carisma e la verginità riguadagnata, nei tribunali che lo avevano assolto da qualsiasi responsabilità nella terribile crisi dei rifiuti, per riuscire a conquistare la candidatura
Fu un vero parricidio ad opera dei suoi figliocci politici, gente che gli doveva tutto, Andrea Cozzolino e Valeria Valente, con quest’ultima candidata alle primarie contro di lui e che la spuntò per una manciata di voti, appena 450, proprio quelli immortalati dalle telecamere di Fanpage con lo scambio di soldi all’esterno dei seggi di San Giovanni a Teduccio, popolare quartiere periferico di Napoli est, feudo una volta dell’ex governatore.
Proteste, ricorsi, nuovamente il tribunale e gli organi di partito a provare di risolvere il contenzioso con il risultato di un crollo alle elezioni, mancando ancora una volta il ballottaggio a favore di De Magistris che ritrovò sulla sua strada per la seconda volta Lettieri che sconfisse facilmente questa volta grazie al determinante apporto del voto degli orfani Pd.
L’epilogo della vicenda è segnato da un lento declino della città in riva al golfo travolta dal degrado, in preda all’anarchia e sull’orlo del dissesto economico scongiurato grazie ai ripetuti interventi di favore del governo centrale all’irriconoscente sindaco.
Il quale, fortunatamente, non potrà più ripresentarsi e destinato ad uscire definitivamente di scena, senza che a sinistra, nella fattispecie in casa democrat, nulla sia cambiato e il futuro appare più nero del presente che volge al termine.
Nell’Urbe le cose, con le dovute differenze causate dal contesto diverso e dai nuovi demagoghi populisti affacciatisi sul proscenio della politica italiana, vale a dire i Cinque Stelle, non sono andate molto diversamente sia per quel che riguarda la qualità della vita dei cittadini romani che dalle responsabilità del Partito democratico nell’ascesa e nella possibile riconferma di Virginia Raggi al vertice del Campidoglio.
Liquidato il “marziano”, Ignazio Marino, dopo una squallida guerra di logoramento interno e senza una reale alternativa da contrapporre all’onda grillina, il meglio che seppero immaginarsi al Nazareno furono primarie con un vincitore già designato, Roberto Giachetti immolato a una sconfitta sicura cui mancava la faccia.
Eravamo in piena era Renzi, la battaglia imperversava incessante, due partiti in uno difficili da tenere insieme, come poi la scissione ha certificato, l’esito scontato della marea anti-politica abbattutasi con violenza su uno scoglio di fragile argilla.
Cinque anni complicati quelli della Raggi che aveva promesso l’impossibile, riportare Roma agli antichi splendori di grande Capitale mondiale all’insegna dell’onestà e della trasparenza.
Niente di tutto questo. La città è stata abbandonata a sé stessa vittima dell’incompetenza di una classe dirigente improvvisata e di una identità ideologica raffazzonata che ha segnato il passo nei confronti di una realtà che ha presentato inesorabile i suoi conti.
La sindaca, tanto per cominciare, ha rifiutato la candidatura alle Olimpiadi, con molte probabilità di vedersele assegnate, perché “la priorità” era ritornare a “fare tornare a funzionare l’ordinario come sa chiunque deve usufruire dei servizi”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, autoctoni e turisti.
Trasporto pubblico, viabilità, decoro urbano che definire indecenti sarebbe un eufemismo. Nulla è stato fatto per le periferie, oggi più sporche e male collegate, cui fa da contrappunto un centro ridotto nelle stesse condizioni con livelli di incuria e abbandono mai visti in precedenza. Tralasciando, in questo triste decalogo, le vicende giudiziarie che l’hanno vista coinvolta in prima persona insieme con la sua giunta.
Un disastro. Eppure, ha detto di volerci riprovare, rischiando di riuscirci. Le condizioni favorevoli, oggi come la prima volta, ci sono. Intanto è arrivata la benedizione di Beppe Grillo che l’ha ufficialmente proposta lasciando poi a Rousseau la conferma, che arriverà come sempre ogni qualvolta a parlare sia stato il comico-guru in persona, “l’elevato”.
Sul piatto Grillo ha messo i rapporti con l’esecutivo e un altro tassello a quello che lui immagina come una fusione in un soggetto nuovo di centrosinistra di Pd e M5S del quale possiede le chiavi.
E nel Pd sembrano credergli. Intanto è passato da un categorico “no” pronunciato da Zingaretti appena avuto il sentore di una tale prospettiva, al silenzio di questi giorni, dove la Raggi ha espressamente chiesto di essere ricandidata in deroga a tutti i regolamenti interni del Movimento, ricevendo l’endorsement del ‘capo supremo’.
Il fatto è che, a parte le dovute priorità legate al mantenimento degli equilibri dell’alleanza di governo, nel Pd non trovano un nome spendibile che accetti di accollarsi l’impresa di governare, ammesso di riuscire a vincere, l’incredibile caos dell’amministrazione capitolina, tra interessi ambigui, compiacenze, favori, una macchina comunale dissestata e una crisi economica devastante post Covid che ha avvelenato ulteriormente il clima tra la popolazione.
Si sono fatti i nomi di Sassoli, Letta, Cirinnà, Morassut i quali hanno immediatamente fatto sapere di non essere interessati. Con Calenda, che pure accetterebbe di corsa, non si può, troppo egocentrico. Nel frattempo si avvicinano le elezioni regionali, poi si vedrà.
A destra stessa musica. A Meloni, pure farebbe piacere, ma ha altre ambizioni. La lega un suo nome, nonostante i proclami, neanche a parlarne, men che meno Forza Italia, figurarsi uno come Gasparri prestarsi alla partita con il Cavaliere in disarmo e un partito ridotto ai minimi termini.
Tutto volge a favore, una occasione da non perdere. Baciata dalla buona stella, Virginia ci crede. Dunque, per come si sono messe le cose, non resta che rassegnarci: Raggi for ever.