

di Peppe Papa
Matteo Renzi continua ad agitare i sonni della sinistra e in particolare di Elly Schlein, segretaria movimentista di un Pd in crisi di prestazione, alle prese con il difficile compito che si è assegnato, confortato dai risultati elettorali, di guidare il fronte delle opposizioni che, vanamente finora, si sforza di tenere insieme.
Persa l’occasione di giocarsi la chance del referendum sull’Autonomia differenziata, bocciato dalla Consulta, per compattare in unico calderone tutta la variegata schiera di centrosinistra, gli è rimasto in mano il cerino degli altri quesiti referendari, il Jobs act e la cittadinanza, costretta a sostenerli, anche se questo manda in crisi il partito, in particolar modo proprio sulla legge sul lavoro varata dal governo Renzi nel 2015.
Un provvedimento approvato con il gradimento, all’epoca, del 90% del partito, un consenso tra l’altro di cui ancora gode fatto salva la sinistra interna, e che ha già registrato prese di posizione in netto contrasto con quella della segretaria, che il Jobs act lo vorrebbe seppellito sotto un mare di schede alle urne. Un mero desiderio. I referendum, invece, sono destinati a fallire per la quasi certa mancanza del quorum del 50% più uno dei votanti.
Improbabile che la sinistra riesca a mobilitare tanta gente, sarebbe stato non meno complicato anche con quello sull’autonomia; tuttavia, Schlein sembra decisa ad insistere e ha detto chiaro: “Io ho firmato, non faremo mancare il nostro contributo”. Il partito, dal suo punto di vista, è schierato, chiusa discussione.
A guastarle la giornata ci ha pensato Graziano Delrio, che in quel governo faceva il Ministro, reduce dal convegno di Milano dove ha lanciato “Comunità democratica”, la nuova componente dei cattolici democratici del Pd, il quale ha fatto sapere di non essere d’accordo. “Non approvo il referendum – ha detto – troveremo una sintesi tra tutti, ma non mi pare che il complesso del Jobs Act meriti una battaglia politica di cancellazione”.
Un ragionamento condiviso da altri pezzi di peso dei Dem a cominciare da Lorenzo Guerini, anche lui presente al convegno di Milano, oltre che a quello dei riformisti a Orvieto, Stefano Bonaccini che il congresso lo aveva vinto, Giorgio Gori e Marianna Madia, per non parlare di un vero ‘pezzo grosso’ come Dario Franceschini, finora tra i principali sostenitori della segretaria.
Nessuno di loro sembra disposto a impegnarsi in una partita poco credibile sul piano politico e probabilmente destinata ad un umiliante fallimento. Insomma, molti non andranno a votare e chi lo farà si esprimerà per il no. Dovrebbe bastare questo per creare qualche apprensione alla Schlein, ma si sa come sono fatti certi giovani, devono andare a sbattere per capire come va il mondo.