

di Peppe Papa
Nel grande zoo dell’informazione italiana, c’è una gabbia dorata dove si aggirano leoni da tastiera e sciacalli d’opinione. Da lì escono, puntuali come le cartelle dell’Agenzia delle Entrate, editoriali e veleni che sembrano più traduzioni frettolose del Kommersant che frutto di giornalismo libero. Il caso più recente? Pina Picierno. Presa di mira, sezionata con l’eleganza chirurgica del fango, trattata come una colpevole senza processo. A premere il grilletto, neanche a dirlo, il solito Travaglio e la redazione de Il Fatto Quotidiano — quella redazione che ha abbandonato per un po’ la toga del giustizialismo per indossare l’uniforme, stirata e lucidata, del commentatore putinista in trasferta.
Sotto attacco non solo la vicepresidente del Parlamento Europeo, ma anche Oles Horodetskyy, storico attivista ucraino in Italia, definito “nazista” con una disinvoltura che nemmeno nei manifesti della propaganda russa del Donbass. Un insulto non solo infamante, ma studiato, calibrato, affilato come una baionetta per colpire là dove fa più male. Chi conosce Oles sa bene quanto quest’etichetta puzzi di provocazione confezionata su misura. Ma il punto non è solo la calunnia: è il contesto, è il gioco più grande che si sta facendo sotto i gli occhi distratti degli italiani.
Mentre in Ucraina piovono bombe, in Italia piovono “inchieste” giornalistiche — sempre con le stesse fonti, gli stessi frame, la stessa narrazione: l’Occidente cattivo, la Nato bellicosa, Zelensky marionetta e i russi, poverini, costretti a difendersi. I talk show pullulano di esperti dell’ultim’ora che sciorinano dati e “verità alternative” come se fossero ricette della nonna. È il Truman Show dell’info-disinformazione, dove i protagonisti sanno benissimo di mentire, ma mentono con stile, con disciplina, con una professionalità che quasi fa invidia al Cremlino stesso.
Il Fatto è diventato, per una parte della sinistra italiana, la Pravda con gli articoli firmati in corsivo e la grafica pop. Laddove una volta si raccontavano le storture del potere, ora si amplificano le frequenze del potere russo. In nome di una “controinformazione” che puzza di propaganda peggio delle scarpe bagnate dimenticate in treno. La sinistra dell’onestà e dei diritti si è trasformata in quella dei sofismi e delle ambiguità, delle giustificazioni infinite e dei distinguo che fanno perdere la bussola. E così, nel nome dell’antimperialismo, si diventa gli utili idioti del peggior imperialismo del XXI secolo.
Nel frattempo, i direttori di questi fogli — di destra e di sinistra, ché sul fronte della disinformazione Putin non guarda alla tessera — affollano gli studi televisivi. Non li trovi davanti alla TV, li trovi nella TV, in quella strana promiscuità tra show e notiziario, tra verità e spettacolo. Sono i nuovi pretoriani del pensiero tossico, in giacca e cravatta, mentre sparano sentenze da salotto. E intanto si inocula giorno dopo giorno un veleno lento, subdolo, efficace. Lo spettatore medio, disarmato, annuisce. “Magari Putin ha le sue ragioni”. “Forse Zelensky non è così innocente”. E così via, in una discesa etica senza ritorno.
Ma quello che più dovrebbe indignare non sono tanto loro — Travaglio, i suoi editoriali da caccia al nemico pubblico giornaliero, i suoi elenchi accusatori degni di una corte marziale stalinista — quanto chi li paga, chi li trasmette, chi li invita. Gli editori che danno spazio a questo giornalismo travestito, i direttori che fanno finta di non vedere, e i conduttori che accettano il teatrino senza fare una piega.
È ora di finirla con il mito del “pluralismo” a tutti i costi. Non si dà spazio al medico che consiglia l’arsenico, né all’esperto che nega la gravità di un terremoto. Allo stesso modo, non si dovrebbe dare spazio — senza contraddittorio, senza vergogna — a chi fa da megafono alla propaganda di un regime che bombarda civili, annette territori, rapisce bambini.
La speranza? Che Oles Horodetskyy prenda sul serio l’insulto e trascini in tribunale chi l’ha infangato. E che ci resti, il Fatto, in tribunale, per l’ennesima volta dalla parte degli imputati. Sarebbe un’occasione per mettere sotto la lente non solo un’offesa personale, ma un intero sistema di diffamazione mascherato da giornalismo d’inchiesta.
Sarebbe un’occasione per smascherare quel “gusto dello sfregio” che si è fatto metodo. Un metodo che non informa, non illumina, non approfondisce. Ma sporca, scredita, e poi ride. Ride mentre l’Europa sanguina. Ride mentre l’Ucraina resiste. Ride, e ci chiama “complici” se non facciamo qualcosa adesso.
1 Comment
La Picierno è una vergogna per l’Italia ……. la democrazia non si difende con la censura …. SI RILEGGA LA COSTITUZIONE ITALIANA ED IN PARTICOLARE L’ARTICOLO 21 … i politici come lei offendono la Costituizione e offendono la democrazia. Mi vergogno che lei sia italiana e rappresenti l’Italia …. sulla censura esprime un volere suo (?!) palesemente antidemocratico approfittando anche, della carica che riveste