La danza non si eredita, si rivela
Ottobre 14, 2026

ALLA RICERCA DEL FILM PERDUTO/ Da Özpetek a TikTok: Napoli recita sé stessa

Se nella visione barocca di “Napoli velata“, del regista turco-italiano, la città era un enigma da decifrare, oggi è uno spettacolo da consumare. Tra vicoli virali e identità messa in vendita, la metropoli partenopea cavalca la propria immagine, mentre cresce il prezzo pagato dai residenti

di Maria Rullo

C’è una tentazione antica nello sguardo di chi osserva Napoli attraverso una macchina da presa o da fuori dalle sue mura: catalogarla. Da una parte la condanna snob per la sua mutazione in luna park gastronomico da TikTok; dall’altra la romantizzazione oleografica del vicolo incantato. Ma chi pretende di imbrigliare la città in una categoria estetica o morale sbaglia bersaglio. Nel cuore di una metamorfosi senza precedenti, Napoli non è la solita vittima passiva della turistificazione: ne è la regista, l’attrice e la scenografa.

È il cinema ad aver inseguito per primo questa ambiguità, spesso fermandosi alla superficie. In Napoli velata, Ferzan Özpetek cercava il mistero esoterico, la sensualità e la morte tra le pieghe di una scenografia barocca, cupa e sognante. Ma se nel film il “velo” era un enigma sacro e un dispositivo estetico per nascondere la verità, la realtà odierna della città è ben più cruda, terragna e pragmatica.

Oggi quel velo si è trasformato in una membrana permeabile, una maschera tattica. I Quartieri Spagnoli e la Sanità non sono più soltanto tessuti urbani, ma set permanenti dove la quotidianità si fa performance quotidiana. Fenomeni dirompenti (dalle trattorie trasformate in palcoscenici social fino ai micro-santuari profani per il culto di Maradona o dei santi di quartiere) non sono meri incidenti folkloristici. Sono la risposta di un’economia informale che ha capito, prima del cinema e delle istituzioni, come monetizzare l’immaginario globale fornendo al visitatore esattamente il “film” che chiede di vedere.

Mentre la critica e la pubblicistica mainstream si dividono tra l’allarme per lo spopolamento dei centri storici e la retorica del “riscatto culturale”, la vera drammaturgia di Napoli risiede in un registro più ambiguo. La proliferazione dei B&B, i bassi convertiti in friggitorie e la spettacolarizzazione dell’esuberanza ostentata a beneficio di camera sono forme di adattamento quasi darwiniano.

È la storica “arte dell’arrangiarsi” che ha abbandonato il contrabbando del secolo scorso per colonizzare le piattaforme digitali e l’economia delle esperienze. Quando lo Stato e i servizi pubblici latitano, dalla crisi dei trasporti all’assenza di politiche abitative, il popolo napoletano risponde riappropriandosi del proprio spazio nell’unico modo che gli è sempre riuscito: facendosi teatro, superando la finzione cinematografica.

Ridurre questa messa in scena a una semplice macchietta o a una “trappola turistica” significa ignorare la forza di un popolo che non subisce il turismo, ma lo addomestica. Certo, i rischi di una monocultura che inghiotte il pensiero critico e marginalizza una metropoli contemporanea ed europea ci sono tutti. Ma c’è anche una vitalità sotterranea: una nuova generazione di artisti, musicisti e intellettuali che convive con questo folklore spinto, usandolo talvolta come scudo, talvolta come materia prima da decostruire sul grande schermo e nella vita reale.

Ma ogni grande spettacolo ha un prezzo, e a pagarlo sono spesso gli stessi abitanti. Dietro la regia di questa reinvenzione collettiva si nasconde infatti il lato d’ombra della turistificazione: sfratti invisibili, affitti alle stelle e interi quartieri svuotati della loro anima residenziale. Per chi a Napoli ci vive e lavora, trovare un’abitazione è diventato un’impresa titanica, spingendo le famiglie storiche verso le periferie e trasformando la vita quotidiana in una merce rara. È il grande dilemma del presente: vendersi per sopravvivere ha davvero senso se lungo la strada si smarrisce la propria essenza? Il rischio, tutt’altro che cinematografico, è che a forza di recitare la parte di sé stessa ad uso e consumo dei visitatori, la città finisca per sfrattare il suo stesso popolo dal palcoscenico.

Eppure, sollevare il velo su Napoli, oggi, non significa ripulirla per renderla simile a una qualsiasi capitale gentrificata d’Europa o rassegnarsi a vederla trasformata in un museo a cielo aperto. Significa riconoscerle la dignità della complessità. Proprio come nella visione di Özpetek, la città resta un luogo irriducibile che gioca con i propri stereotipi per non farsi mangiare da essi: sospesa tra la tentazione di vendersi al miglior offerente e la capacità incrollabile di rimanere, sotto quel velo, ferocemente sé stessa.

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