
di Peppe Papa
Evidentemente, l’evoluzione in atto al Centro, con quello che sembra un ricompattamento delle sue variegate componenti intorno alla proposta di Matteo Renzi di mettere insieme le forze schierate a sinistra, ha fatto uscire fuori di testa Carlo Calenda. Sempre più solo, mollato anche da Pierluigi Marattin, dato in avvicinamento a Forza Italia, il leader di Azione si sforza di far parlare di sé in ogni modo. Oggi ha cominciato uno sciopero della fame per l’Ucraina; domani chissà. Nel frattempo, non perde occasione per attaccare il suo nemico politico preferito: Renzi, appunto.
Fondamentalmente, rosica. E pure parecchio. Perché mentre l’ex premier prova a rimettere insieme i pezzi di un’area centrista che potrebbe ritagliarsi un ruolo nella partita del centrosinistra, il suo ex sodale si ritrova sempre più isolato, aggrappato alla polemica permanente come a una zattera in mezzo al mare. La politica, però, non si fa a colpi di dichiarazioni indignate e regolamenti di conti personali. E soprattutto non basta detestare Renzi per costruirsi un futuro.
L’ultima puntata della faida è andata in scena sulla telefonata a Vladimir Putin ai tempi del referendum sulla Brexit. Un episodio che Calenda ha raccontato al Corriere della Sera e sul quale è tornato a insistere su X, assicurando di confermare «parola per parola» quanto dichiarato. Secondo la sua versione, la conversazione avrebbe coinvolto lui, Renzi, in quel momento presidente del Consiglio, e l’allora ministro russo dell’Industria. Una circostanza che, a suo dire, sarebbe facilmente verificabile attraverso le registrazioni della segreteria di Palazzo Chigi.
Ma il problema, per Calenda, è che dall’altra parte non hanno alcuna intenzione di ignorarlo, come spesso capita. E da Italia Viva è arrivata una replica che definire al vetriolo sarebbe un eufemismo. L’ufficio stampa del partito renziano ha liquidato il racconto come una ricostruzione inventata, parlando di «mitomania progressiva» e accusando il leader di Azione di reinventarsi il passato mentre sogna un futuro politico che rischia di non arrivare mai.
Una bordata che non si limita a contestare la veridicità della telefonata, ma punta dritta alla credibilità del suo narratore. La versione di Italia Viva, del resto, è precisa. La telefonata a Putin ci fu, ma a chiamare il presidente russo sarebbe stato il solo Renzi, dalla propria abitazione di Pontassieve, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo organizzata dal comitato per il Sì al referendum costituzionale.
L’obiettivo, secondo la ricostruzione del partito, era per chiedere conto delle interferenze russe e dell’attività di Russia Today in relazione alla consultazione referendaria. Calenda, in quel momento, non era presente: avrebbe appreso dell’episodio, come gli altri ministri, dal racconto dell’allora presidente del Consiglio. E qui la polemica si fa persino più gustosa. Perché Italia Viva non si è limitata a smentire la presenza di Calenda alla conversazione, ma ha tirato fuori il suo passato nei rapporti con Mosca.
Il partito ricorda la partecipazione dell’allora ministro allo stesso vertice di San Pietroburgo del 2016, dove si adoperava per promuovere le relazioni tra Italia e Russia. E rammenta anche le sue posizioni del 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando avrebbe sostenuto che Kiev doveva restare fuori dall’Unione europea. Insomma, il terreno scelto da Calenda per colpire Renzi si è trasformato in un boomerang. Lui insiste, garantisce che è tutto vero e, a riprova, cita persino un proprio libro dove ne avrebbe parlato. Bella prova. Italia Viva, invece, lo sfida sul terreno dei fatti e delle circostanze, rivendicando una ricostruzione alternativa e contestando soprattutto il ruolo che il leader di Azione si sarebbe attribuito in quella vicenda.
Naturalmente, una polemica politica non è un processo e le versioni contrapposte andrebbero verificate sulla base di documenti e testimonianze. Ma resta una domanda: perché Calenda sembra così ossessionato dalla necessità di smontare ogni mossa di Renzi? La risposta, forse, è meno complicata di quanto lui stesso vorrebbe far credere. L’ex premier continua a muoversi, cerca interlocutori, costruisce relazioni e tenta di rimettere in piedi un progetto politico. Calenda, invece, sembra frastornato dall’avversione personale per il rivale nella principale ragione d’essere della propria attività pubblica.
Eppure, fino alle elezioni, il tempo non manca. Ci sarebbe spazio per elaborare una proposta, allargare il consenso, trovare alleati e spiegare agli elettori che cosa Azione voglia essere davvero. Nel frattempo, il quadro politico cambia. Al Centro si muovono forze e personalità che potrebbero convergere in un progetto più ampio, mentre la prospettiva di una nuova aggregazione riformista torna a farsi strada. Dunque, il vero problema per lui è stabilire cosa fare per evitare di sparire insieme al suo partitino personale. Andare a sinistra, appare improbabile. Con Meloni: perché no.