Schlein la spunta, Conte ingoia Renzi: ma il campo largo resta un matrimonio d’interesse
Ottobre 31, 2026

ALLA RICERCA DEL FILM PERDUTO/ “We Want Sex”, ma anche uno stipendio dignitoso: Dagenham rivive a Dacca

Dalle operaie inglesi della Ford alle quattro milioni di lavoratrici del tessile bengalese: cambiano le latitudini, non la battaglia per i diritti e la dignità del lavoro

di Maria Rullo

Oltre quattro milioni di lavoratori e di lavoratrici del tessile bengalese, in maggioranza donne, scendono in strada per chiedere un salario più che doppio. A più di un secolo di distanza, la storia di Dagenham torna a parlare. Strade bloccate, fabbriche ferme, lacrimogeni e granate stordenti. Da giorni la periferia industriale di Dacca, in Bangladesh, è il teatro di una delle più dure proteste del lavoro degli ultimi anni.

Il settore tessile, che impiega circa quattro milioni di persone, per lo più donne provenienti dalle aree rurali, chiede un aumento del salario minimo da 12.500 a 30.000 taka al mese: da circa 90 a circa 210 euro. Il minimo attuale risale al 2023 e, dicono i lavoratori, è stato divorato dall’inflazione e dall’aumento dei prezzi dei beni essenziali.

Il confronto con ciò che il settore produce è netto. Il Bangladesh è il secondo esportatore di abbigliamento al mondo dopo la Cina, con circa 2500 fabbriche e un export di circa 40 miliardi di dollari l’anno. Tra i clienti figurano alcuni dei più grandi marchi della moda globale, come H&M, Primark e Inditex.

La risposta delle istituzioni ha due facce. Da un lato il governo ha istituito un comitato di sei membri, con rappresentanti di datori di lavoro, lavoratori e componenti indipendenti, incaricato di rivedere il salario minimo. Il presidente del comitato ha annunciato che i primi stipendi secondo la nuova scala arriveranno a gennaio. Dall’altro le piazze sono state presidiate con forza: nella sola area di Mirpur sono stati schierati oltre diecimila agenti, ci sono stati feriti e arresti, e centinaia di stabilimenti sono rimasti chiusi. L’annuncio del comitato, insomma, non ha placato la protesta.

Chi ama il cinema riconosce in queste immagini un’eco familiare. We Want Sex (titolo originale Made in Dagenham, diretto da Nigel Cole nel 2010) racconta lo sciopero delle operaie dello stabilimento Ford di Dagenham, nel Regno Unito. Nel 1968 le cucitrici dei rivestimenti dei sedili incrociarono le braccia perché la loro mansione era stata classificata come lavoro non qualificato, con una paga inferiore a quella dei colleghi uomini. Il film mette al centro Rita O’Grady, personaggio di finzione ispirato alle vere operaie, che da portavoce delle compagne finisce a confrontarsi con la politica londinese.

Le somiglianze con Dacca sono più d’una: c’è la forza del gruppo, perché sia le operaie di Dagenham sia le lavoratrici del Bangladesh fanno la mobilitazione collettiva la propria arma, in un movimento che va ben oltre una singola fabbrica; c’è il valore del lavoro, perché allora come oggi cucire è considerato un mestiere di basso profilo, anche se da quella precisione dipendono ritmi e quantità dell’intera produzione globale; e c’è la dignità prima del profitto, perché se le operaie inglesi chiedevano di essere riconosciute come lavoratrici a pieno titolo, quelle bangladesi chiedono, più semplicemente, di poter vivere del proprio lavoro.

La vertenza di Dagenham ebbe un esito storico: contribuì all’approvazione dell’Equal Pay Act, la legge britannica sulla parità retributiva, varata nel 1970 ed entrata in vigore nel 1975. È ricordata come una pietra miliare dei diritti economici delle donne. Oltre cinquant’anni dopo, quella lezione non ha esaurito il suo compito: la produzione si è spostata a migliaia di chilometri di distanza, dove le tutele sono più fragili e le catene di fornitura più lunghe.

Resta una domanda, che riguarda anche chi quelle magliette le compra. A Dacca si deciderà nelle prossime settimane quanto varrà il lavoro di milioni di donne e uomini. Ma finché il prezzo di una t-shirt continuerà a essere pagato soprattutto da chi la cuce, la storia delle sarte di Dagenham continuerà a risuonare tra i capannoni di Dacca.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *