

di Peppe Papa
Il parlamento a mezzo servizio e non poteva essere altrimenti, incapace di inventarsi altri modi per lavorare, leader di partito cui improvvisamente sono venuti a mancare argomenti retorici di propaganda con annessi media ‘scodinzolanti’, il governo alle prese con inedite incombenze dettate dalla crisi sanitaria e dal problema di immaginarsi una ripartenza purchessia, quando tutto sarà finito, che cerca di fare quel che può.
In questo quadro, con i cittadini presi da altre priorità, è pertanto pressoché impossibile per gli istituti demoscopici tirare fuori dati credibili riguardanti i partiti e alimentare il dibattito sul loro futuro prossimo venturo. Le ricerche risultano inutili e i tradizionali committenti chiudono i cordoni della borsa.
Televisioni, giornali, talk show, intenti a inseguire la cronaca dei contagi, delle morti, delle corsie di ospedale che scoppiano con il loro carico di dolore, di pazienti attaccati ai respiratori e medici in prima linea mandati a combattere “a mani nude”, non sanno cosa farsene di percentuali e scostamenti di consenso che fotografano una realtà sospesa che fa a cazzotti con il sentimento di un Paese sotto sopra.
Gli unici sondaggi che ancora suscitano una qualche attenzione sono quelli che registrano ciò che banalmente tutti già conoscono, che è poi un’evidenza storica, il fatto cioè che in questo momento la popolazione è stretta intorno all’esecutivo e al suo presidente del Consiglio.
Il Commander in chief, Giuseppe Conte mai come ora al culmine del gradimento degli italiani, sta spiazzando tutti per l’empatia che in questa eccezionale situazione è riuscito a stabilire con i cittadini e si candida a un ruolo centrale per il ‘dopo’, sostenuto, come tutto lascia pensare dal Pd che in questa fase sta rappresentando, con la competenza del suo personale politico, un partner fondamentale nel governo di ‘guerra’.
D’altronde il segretario dem, Nicola Zingaretti lo aveva già promosso, in tempi non sospetti, come punta di diamante, frontman del nuovo centrosinistra quando giungerà il momento di ritornare alle urne per rinnovare il parlamento. Insomma, è lui l’unico oggi a potere ragionevolmente sentirsi sicuro di restare in piedi passato lo tsunami covid 19 e, principalmente, averne avuto ragione. Chi, tra gli altri protagonisti della scena politica nostrana, può dire lo stesso?
A destra, certo, non potranno rivendicare grandi meriti circa il contributo dato alla causa se non quello di sollecitare qualche improbabile provvedimento da adottare, o la sottolineatura continua su taluni passi falsi, del tutto comprensibili, compiuti dal governo in una situazione di straordinarietà senza precedenti.
Matteo Salvini, privato del suo humus da combattimento, non fa più notizia, neanche se si schiera apertamente, unico leader politico italiano, a fianco del golpe bianco promosso in Ungheria dal suo sodale sovranista Viktor Orbàn. Né fa meglio l’altro campione del nazionalismo italico, Giorgia Meloni che fino a poco tempo fa sembrava proiettata ad assurgere al ruolo di una rediviva Evita Peròn, finita a occupare un piccolo spazietto nell’immaginario collettivo del belpaese.
Per non parlare dei Cinque Stelle, la cui paccottiglia ideologica su cui hanno costruito la loro fortuna, fatta di populismo, demagogia, finta democrazia diretta e visionarie parole d’ordine sconclusionate di un comico in disarmo, è finita malamente sotterrata dalla realtà tragica della propria inconcludenza. Tanto che fa un po’ pena il ricordo di Di Maio e i suoi affacciati al balcone di Palazzo Chigi a festeggiare la “fine della povertà“. Lo spirito del tempo è cambiato e sono praticamente morti.
Resta l’incertezza sul futuro di Matteo Renzi, il primo a chiedere di mettere all’ordine del giorno il tema della ripartenza dell’economia subito rimbrottato da tutti salvo dopo qualche giorno accoglierne la sfida, e di Carlo Calenda, twettatore seriale armato di buon senso, fautore, finché non ha cambiato idea del fronte repubblicano, pragmatico e riformista convinto.
Due primi della classe, competenti, ricchi di idee e voglia di fare. A entrambi, però fa difetto la simpatia, suscitano avversione a prescindere nonostante abbiamo dato prova di essere all’altezza delle sfide imposte al Paese dalla modernità. Difficile prevedere quale spazio riusciranno a ritagliarsi sulle macerie post pandemia e il rapporto che gioco forza dovranno intrattenere con un centrosinistra destinato ad uscire ringalluzzito dalla contingenza bellica sanitaria. Staremo a vedere cosa si inventeranno, di sicuro ci stanno già pensando.