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Le autostrade italiane in balia delle bizzarrie M5S: “Benetton come gli Agnelli, stop aiuti”

I Benetton come gli Agnelli, nessuno sconto alle loro responsabilità e una punizione esemplare. Anche a costo di mettere a repentaglio migliaia di posti di lavoro e deprimere ancora di più l’economia italiana, impegnata nel difficile tentativo di recuperare quanto lasciato sul campo a seguito della terribile pandemia che ha seminato morte e travolto il sistema produttivo del Paese.

di Peppe Papa

I Cinque Stelle dettano la linea al governo, aiutati anche in questa partita dalla sinistra radicale alleata di maggioranza, opponendosi con veemenza alla richiesta di ottenere la garanzia dello Stato, da parte della società Autostrade per l’Italia (Aspi) – la controllata della holding Atlantia di cui la famiglia Benetton è la principale azionista – per accedere a un prestito bancario di 1,25 miliardi necessario a fronteggiare l’emergenza e la crisi di liquidità, come previsto dal Decreto rilancio.

Un diritto negato, come in precedenza alla Fca Italia spa (ex Fiat della ‘odiata’ famiglia torinese), che risponde solo a una maldestra idea di giustizia sociale, rancore e malcelata incompetenza nella gestione della cosa pubblica.

Così, dopo il “no” del viceministro allo Sviluppo Economico, il grillinoStefano Buffagni alla istanza di Aspi relativa al prestito e la minaccia di questi di bloccare i 14,5 miliardi di investimenti previsti, è arrivata l’intemerata dell’altro viceministro dello stesso partito alle Infrastrutture, Giancarlo Cancelleri che su Facebook ha rilanciato la ferma volontà di commissariare la società e affidare la rete autostradale italiana all’Anas.

Aspi, quelli del crollo del ponte di Genova, che si sono macchiati delle 43 vittime, che non hanno neanche chiesto scusa – ha detto – ci ricattano. Ebbene quello che penso e che pensa il M5S è che abbiamo perso solo tempo, mi rivolgo alle altre forze di maggioranza, a Iv al Pd, stiamo perdendo tempo revochiamogli le concessioni, questa non è gente seria”.

Poi, non pago ha attaccato il suo diretto superiore, il Ministro Pd Paola De Micheli che sta conducendo con Atlantia una serrata trattativa per concordare una soluzione proprio sul tema della concessione. “Quando cominceremo a fare questa discussione?” ha chiesto: “Il tempo è scaduto, perché quando andremo a consegnare il ponte di Genova, quando sarà finito, lo dovremo consegnare a qualcuno e se non sappiamo a chi va la concessione, non sapremo neanche a chi va il contratto di governo”.

Intanto la società dei Benetton ha deciso di limitarsi agli interventi ordinari e di messa in sicurezza della rete in seguito alla mancanza di risposte dal governo sul contenzioso seguito al crollo del Ponte Morandi. E ha dato mandato ai propri avvocati di valutare tutte le iniziative necessarie per la tutela della società. La possibilità, dunque, di intentare una causa legale al governo chiamato a rispondere dei “gravi danni – come sottolineato in una nota ufficiale – subiti dal nostro sodalizio”.

Addio al piano di investimenti straordinario di 14,5 miliardi complessivi, per ammodernare gallerie, viadotti, cavalcavia e pavimentazioni, oltre ai 2,9 offerti come compensazione per il crollo del ponte a Genova comprensivi di 1,5 miliardi di investimenti e riduzione delle tariffe per i pendolari, 700 milioni di ulteriori progetti sulla rete e altri 700 per la ricostruzione del viadotto, 1,6 miliardi dedicati alla manutenzione.

Senza contare che l’eventuale revoca della concessione potrebbe costare allo Stato tra i 15 e i 20 miliardi anche nel caso che i giudici accertassero gravi inadempimenti dell’Aspi la quale, in tal caso, dovrebbe pagare solo una penale pari al 10 per cento dell’indennizzo ricevuto composto dai guadagni che avrebbe ottenuto, al netto delle spese, fino al 2038.

Infine, c’è la questione occupazione che sfugge agli arrembanti viceministri pentastellati, anzi diciamo pure che la ignorano, perché non sanno di cosa parlano. A rinfrescargli le idee ci hanno pensato i sindacati.

Salvatore Pellecchia, segretario generale della Fit-Cisl, rivolgendosi direttamente al premier Conte ha ricordato che ci sono 7mila lavoratori coinvolti i quali non possono essere lasciati “nell’incertezza del loro futuro, il governo decida cosa vuole fare”. Mentre Cristina Settimelli, segretaria nazionale della Filt-Cgil ha ribadito “che è sbagliato negare linee di credito ad un’azienda in cui lavorano migliaia di persone che è pronta a far ripartire i cantieri per opere infrastrutturali utili al Paese, ed è ancora più sbagliato farlo in una fase pesante dell’economia causata dall’emergenza sanitaria”.

Basterà a far ricredere gli improvvidi Stellati?

Abbiamo i nostri dubbi, troppo forte l’incompetenza e la ferrea fede anti-imprese della decrescita felice. D’altronde il guru dei duri e puri del Movimento, Alessandro Di Battista è stato chiaro: “L’unico modo per fare smettere Atlantia di fare i prepotenti è revocare la concessione e tornare alla gestione pubblica delle autostrade”.

Come altrettanto in maniera esplicita si è espresso un altro campione della retorica ‘sinistrata’, Nicola Fratoianni portavoce di LeU il quale ha parlato di “arroganza” del gruppo Benetton e auspicato una risposta autorevole dello Stato che può essere “solo una e ragionevole: ritirare la concessione”. Una sola voce. Il disastro è servito.

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