

di Gerardo Verolino
Tutti quelli che non la pensano come gli appartenenti al circolo del politically correct, vengono manganellati e insultati come è successo di recente a Andrea Bocelli reo di aver espresso un pensiero non conforme alla massa e per aver avanzato dei dubbi, da libero cittadino, sugli effetti deleteri che sta avendo sulla democrazia la gestione della pandemia.
A chi gli ha rinfacciato che avrebbe dovuto star zitto essendo un personaggio pubblico, è bene ricordare che da anni, migliaia di artisti di chiara fama esprimono opinioni al limite del dileggio verso le democrazie liberali d’Occidente, senza che nessuno si scandalizzi.
In Inghilterra, per chi non lo sapesse, non c’è solo JeremyCorbyn, un vecchio arnese del paleomarxismo (la cui stella, per fortuna, è tramontata). Ma c’è anche Roger Waters, quello che potremmo definire come un suo gemello in ambiente artistico.
L’ex bassista e cantante dei Pink Floyd, figlio di attivisti comunisti – il padre è il luogotenente Eric Fletcher Waters, un ex obiettore di coscienza che diventerà un fervente membro del Partito Comunista inglese, morto durante lo sbarco ad Anzio – cresce in un’ambiente intriso della turpe ideologia che caratterizzerà la sua travagliata formazione, peraltro di orfano, con una madre apprensiva, mentre “gli insegnanti a scuola mi consideravano un totale incapace”.
Egli vive con una (calcolata) ossessione che cerca di sfruttare al meglio: un odio smisurato per le democrazie liberali e soprattutto per Israele. Una scelta insensata che accomuna parecchi artisti di fama. Odiare uno Stato assolutista ed antidemocratico, uno Stato che riduce alla fame il suo popolo e incarcera, tortura ed elimina i suoi oppositori ha un suo perché. Ma schiumare livore verso un Paese democratico, l’unico in quei territori arabi appestati da regimi dispotici e criminali, come è Israele, appare, quantomeno assurdo.
Ma poi, da che pulpito. Il signor Waters, un trinariciuto comunistoide alla Gallacher, un “pacifinto” che tuona contro le democrazie di Israele e degli Stati Uniti e tace sui crimini delle tirannie musulmane, è un milionario che critica quel capitalismo che lo ha arricchito mentre annega nel danaro.
È il classico falso pauperista che vive in uno dei palazzi più costosi del mondo a Long Island di New York ed ha come vicini di casa John McEnroe, Steven Spelberg, Ralph Lauren, Jennifer Lopez e Richard Gere.
È uno che ha comprato, insieme alla cantante colombiana Shakira, un’isola dei Caraibi per 16 milioni di dollari per farne un resort di lusso per turisti danarosi. Mica per farne il Paradiso dei proletari palestnesi.
Un signore che ha litigato con una sua ex, non per il salario minimo o le trentacinque ore, ma per un Rolex. Uno che detesta le idee della signora Thatcher, che considera eversivo persino il laburista Tony Blair e che chiama “mortifera cricca” la famiglia Trump, simboli negativi del consumismo capitalistico che lui critica a parole dal palco di un concerto, imbonendo migliaia di giovani osannanti, ma che attua nella vita di ogni giorno con lo spirito di un Rockfeller del rock.
Qualche anno fa la rivista “People with money” lo ha definito il musicista più pagato del mondo. In un anno ha guadagnato 96 sonanti milioni di dollari, non certo la cartastraccia venezuelana del compagno Maduro.
E che dire del suo patrimonio che è pari a 275 milioni di dollari frutto di investimenti azionari, proprietà, accordi lucrativi con aziende di cosmetici oltre che grazie alla titolarità di una catena di ristoranti e di una fabbrica che produce Vodka.
Mentre, udite udite, adesso sta per lanciare in commercio, senza un briciolo di vergogna, anche un profumo che si chiamerà “Da Roger con Amore” e una linea di moda per ragazzi dal titolo sciccoso “Seduzione by Roger Waters”.
Alla faccia di quella roba cinica e sporca chiamata capitalismo. Ebbene, Roger Waters non è solo un anti-capitalista (col portafoglio pieno) ma è anche, da molti anni, un convinto anti-israeliano. Lo è proprio come il suo falso egualitarismo marxista.
Finge di parteggiare per i “poveri palestinesi” emarginati, come ultimi della Terra per una studiata operazione di marketing che sfrutta da vero capitalista.
Se si scorre la sua pagina Facebook, si vede che i suoi post più frequenti, oltre a quelli riguardanti la remunerativa attività dei suoi concerti, sono, ossessivamente, quelli pro-Palestina e contro Israele. Gli epiteti contro lo Stato ebraico definito nazista si sprecano. Rimprovera i colleghi che vanno a suonare a Tel-Aviv.
Ha litigato per questo con i Radiohead, Nick Cave, Thom Yorke, e tanti altri colleghi. Ha un carattere bizzoso e autoritario. È un esaltato che durante un concerto sputa in faccia un fan. Nel 2009 sostiene la Marcia per la Libertà di Gaza. Appoggia tutte le flottiglie che si avvicinano alle coste israeliane.
Ed è uno dei membri più influenti del Bds (Boycott Divestment and Sanctions Movement) cioè di quel movimento che incentiva il boicottaggio economico contro lo Stato d’Israele.
Tra le sue fonti di ispirazione ci sono io libro di Max Blumenthal, un pro-pal filo-islamista, “Goliath: Life and Loathing in great Israel”. Per lui Israele “vuole cacciare via tutti gli arabi dal Paese” e loda “le persone a Gaza e in Cisgiordania per la loro eroica resistenza non violenta alla brutale occupazione israeliana”. E via delirando.
Ma il suo capolavoro resta lo spettacolo che allestisce nel 2010 “The Wall” che è un festival di un’antisemitismo in salsa kitsch dove vengono proiettate immagini di aerei da caccia che sganciano sui Territori palestinesi stelle di David e dollari americani; dove il cantante si presenta grottescamente abbigliato di una giacca di pelle nera con fascia al braccio rossa e nera che evoca una divisa nazista; e dove, viene librato in aria, un enorme maiale gonfiabile che, oltre ai simboli dittatoriali, appare decorato anche dalla stella di David sul dorso.
“Una classica, disgustosa e medievale caricatura antisemita ampiamente utilizzata dalla propaganda nazista che sovietica per incitare all’odio contro gli ebrei” dice il rabbino Abraham Cooper del Centro Wiesenthal.
Un po’ di tempo fa, il signor Waters, che ad ogni piè sospinto firma un appello per boicottare Israele, si è attivato per chiedere agli organizzatori di “Eurovision”, il festival canoro internazionale, di togliere ad Israele il diritto di ospitare la manifestazione perché “le autorità locali continuano a violare palesemente i diritti umani in Palestina”.
La prima firma dell’appello, pubblicato dal sito del giornale britannico “Guardian”, fu di Waters. A seguire altri 140 artisti fra cui Brian Eno, il regista danese Nils Vest, la cantante irlandese Charlie McGettigan. Tutto studiato per apparire come il paladino degli oppressi. Una scelta commerciale che rende. Show-must-go-one.
1 Comment
Che articolo del c….