

Gianni Iasimone _ph Claudio Papini
di Pasquale D’Alessio
Ha un tempo questo piccolo canzoniere di Gianni Iasimone dedicato alla madre prematuramente scomparsa.
È scandito, ha il ritmo dei quattro elementi: Fuoco (una sola), Acqua (sangue diluito), Terra (léngua madre), Aria (haiku o vento). I quattro elementi per raccontare una presenza. Per stare dentro un’assenza. E nell’assenza si sta. È una scelta, l’assenza.
Qualche volta diventa un dovere. E sembra che per il poeta sia quasi destino. Non subìto, mai sopportato. La mancanza, si mette sulla pelle, essa stessa diventa pelle. Diventa essenza. Diventa altro.
È La Quintessenza. Se vuoi, puoi farci i conti. Se vuoi, ti può stare accanto. Continuare a stare a lato, o dentro, in un dentro che è tempo passato, vissuto, un tempo che ti è stato dato, consegnato.
È il tempo della storia, della storia delle abitudini, delle cose, degli oggetti e del loro significato. A fartene dono è un urlo. Un grido. È un pianto.
Il primo incrociò il volo di una farfalla / mentre tu chiedevi aiuto. Il libro apre con questi versi. Si presenta. Non fa tanti complimenti. Ecco: il parto. Si parte. È un viaggio. È il viaggio dell’Eroe. Quello che ognuno di noi fa. Impara a fare.
La prima spinta è della madre. Ti mette al mondo. La Quintessenza – l’ultimo libro di Poesie di Gianni Iasimone – questo è! Ed è tutto.
La seconda pagina, la seconda poesia Eccomi qua. / Da solo. / Di fronte al tempo / del dolore puro. L’assenza, la raccoglie il poeta, e sa raccogliere, sa come si fa. È un lenzuolo, si leva, si alza, ha conservato tutto, o quasi. Anche quando Oggi c’è il sole. / L’aria accarezza un passante. / All’orizzonte manca solo il sorriso / A me il tuo. La madre, l’accompagna, e Iasimone lo dice, non si sottrae, non allontana il vuoto, anzi Lo so, sei dappertutto / dove io sono. / Ma mi manchi / come l’aria.
E tanto ritorna, ricordano i versi di Giuseppe Ungaretti in Giorno per giorno. Così come ritorna A mia Madre di Eugenio Montale.
Il lenzuolo continua ad alzarsi. Ma anche avvolge, si intravedono impronte e tracce, e segni, e parole, raccontano del gatto e del cane, il vecchio Pepe …se ne è andato… / Tu non tornavi, / così si è lasciato andare. E così, tutta la prima parte de La Quintessenza, quella detta del Fuoco che si chiude con Non c’è più / il fresco venticello / del tuo sorriso. Ed apre alla seconda sezione, Acqua che come sottotitolo dice sangue diluito che Più non geme. Forse cova, / in attesa di un refolo di vento. / E ogni tanto rompe il ritmo.
E così, … dopo le prime due belle sezioni, che sgranano un rosario di emozioni e riflessioni… come sottolinea Salvatore Ritrovato, nella bella prefazione, si passa alla Terra, si entra nella léngua madre. Questa sezione è scritta in lingua napoletana, e come sottolinea il poeta nella nota introduttiva, nella lingua napoletana nella variante locale di Pietravairano, il paese dove Iasimone e nato e vissuto fino a 18 anni.
In questa léngua madre si entra con versi che sono fra i più belli de La Quintessenza. Hanno il senso della storia e della madre terra. Confortano e nello stesso tempo staccano. Lacerano. Si va.
Si muore nuj t’ vulevàmm’ salutà / parlà cu’ tté ‘ a mamma nostra / sintivàmm ca caccòsa nc sfaggiulàva / nun tornava mentr’ tu sola già tornavi / rà mamma toja e rà mamma rà mamma toja / rà mamma ‘e tutt ‘e mamm’. noi volevamo salutarti / parlare con te nostra madre / sentivamo che qualcosa non andava / non tornava mentre tu sola già tornavi / da tua madre e dalla madre di tua madre / dalla madre di tutte le madri.
Il verso, la parola, il tempo, sanno dire della storia; del figlio che vede la madre andare via e quella madre che è di tutti e torna alla terra madre, e solo può farlo con la lingua che sa, conosce: la lingua del suo sangue, la sua léngua madre.
Questa porzione del libro, gioca la sua malinconia, la nostalgia di ciò che va via per sempre, che più non ritorna, non sa ritornare! Non può. Al figlio resta la parola. La sola che sicuramente, non lo guarisce dalla mancanza; sicuramente!
Ma è altrettanto vero, che la parola di Gianni Iasimone, in questa ottava raccolta di versi, alla parola non dà quello che deve avere, ricevere, dà solo quello che deve dare. Sembra che non l’abbia lavorata molto a tavolino. E infatti, è così. Questa è una parola che si è già forgiata sulla perdita della madre.
Si è già modellata e allora arriva: innocente e forte e sincera, è accorata, è lì che nulla più difende per ritornare bambino: quann’ eru piccirigl’ / e stanco ‘a sera / m’ strignìvi / ‘u piétt’ tuoju / sentìvu vàtter / ù tiémpu / ré paure mije / rà stracca / premura toja. quando ero piccolo / e stanco la sera / mi stringevi / al tuo petto / sentivo battere / il tempo / delle mie paure / della tua sfinita / premura.
Al termine di questa sezione e prima di passare all’ultima parte Aria (haiku o vento), ecco la chiusa, dove tutto ritorna, può ritornare, ma non è vero! Ma la parola, il verso, questo può farlo. Esiste per questo. Anche per questo. Ci riempie lo sguardo. Qualche volta è clemente. Ha pazienza con noi. E così che Iasimone, la prende e se la gioca.
Può farlo, sa farlo: mi appoggio al tuo lavatoio / ma non c’è nessuno / una goccia d’acqua neanche / il sapone / tu non ci sei/ non stai più dove una volta eri / no – ci sei – no.
Si diceva prima che l’ultima parte del libro si chiama Aria, e ci fermiamo su questi versi, ci fermiamo ad osservare come una rondine / alla fine dell’estate / sei partita / ora è primavera / inoltrata – perchè non torni / alla nostra casa? / cosa ti è successo / durante il viaggio ? / in volo?.
San Bartolomeo, nel Giudizio Universale, nella Cappella Sistina, tira su una immagine. È quella di Michelangelo. L’artista si è raffigurato svuotato. È solo integumento. È solo pelle. E da quelle parti, chissà, nasce l’attenzione di ciò che veste l’uomo: la pelle.
Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, divenne materia di studio e di applicazione sistematica e metodica, si parla di una psicologia della pelle. E fa dire a Paul Valéry, Quel che c’è di più profondo nell’uomo è la pelle.
Il corpo a corpo con la madre. Un rapporto a pelle. Il poeta al termine di questa nuova raccolta, ci giunge che è secco e asciutto. L’assenza è una sofferenza, svuota. È memoria la pelle. Sa vibrare. Vibrano le parole del poeta. E sa portarci, in angoli della nostra Italia, che sicuramente rimane alle spalle, quasi lontana, ma nella poesia di questo libro, si ripresenta, appare, e manca.
La Quintessenza è un viaggio di tante cose, luoghi, contesti di una vita. E ritorna quell’ultimo verso: tu non ci sei / non stai più dove una volta eri / no – ci sei – no.
Chiudendo gli ultimi versi ah quante cose / potrei ancora dire / indicibili.
E non è proprio questo, ciò che sa fare il poeta, la poesia?
La possibilità, che ancora si potranno dire: cose indicibili.
La Quintessenza, di Gianni Iasimone, che da venti anni vive a Rimini, si è già guadagnato un piccolo successo di pubblico e di critica; è un libro da leggere; è un libro da tenere ben in vista, è un’esperienza, è testimonianza. Tra l’altro, si è classificato al terzo posto al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Il Litorale di Massae recentementeuna Medaglia d’onore al Premio Internazionale di Poesia Don Di Liegro di Roma. Pasquale D’Alessio