

Michelle Obama
di Gerardo Verolino
La signora Michelle Obama odia i suoi capelli ricci. Li stira. Li tratta con la soda. Indossa parrucche liscie. Solo nel 2018, per la prima volta, si fa ritrarre con i suoi capelli al naturale. E non stava niente male.
Ognuno è libero di fare quel che vuole e acconciarsi come meglio crede, ci mancherebbe.
Tuttavia stupisce che nessuno dei noti censori dei comportamenti politicamente scorretti, quegli occhiuti osservatori sempre col ditino puntato contro, non le abbia fatto notare che i capelli afro (i ricci o le treccine) sono un modo per rivendicare, con orgoglio, le proprie ascendenze afro.
Alla fine dell’800 (nonostante fosse stata abolita la schiavitù in America), infatti, le donne nere si stiravano i capelli con un pettine particolare, il “pressing-comb” per essere accettate dai gruppi sociali “rispettabili” o per ambire a lavori di maggior rango.
Altre, in epoche successive, usavano prodotti chimici per stirare i capelli che, spesso, ne determinavano la perdita, lasciando abrasioni e cicatrici sulla cute.
Solo nel 1920, Marcus Garvey, un noto attivista per i diritti civili, invita gli afro a rivendicare la “propria estetica naturale” e a smetterla di uniformarsi ai costumi occidentali.
Stesso concetto che rivendicano, anni dopo, gli esponenti della “Black Power” (il “Potere Nero”) che esortano i membri della comunità afroamericane a riappropriarsi delle proprie radici identitarie senza vergognarsi di mostrarsi per come si è.
Come la cantante Nina Simone che, in un concerto del 1964, al Central Park di New York, esibisce, con orgoglio, i suoi capelli e la sua identità nera.
Qualcuno ha detto che non bisogna toccare mai i capelli afro perché sono come una corona. Ma alla signora Obama una corona africana sul suo capo evidentemente dà fastidio