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Referendum, la destra che si ribella ai leader: successone della petizione web per il No

L’iniziativa lanciata da alcuni ex parlamentari di An ha raccolto in poche ore 200 adesioni da parte di politici, amministratori, intellettuali, manager pubblici vicini al centrodestra. Per la prima volta vengono criticate apertamente le scelte di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sul taglio dei parlamentari con l’invito rivolto agli elettori a “disobbedire” ai leader votando No.

di Peppe Papa

Disobbedite ai vostri leader per il bene dell’Italia”. Si chiude così, con una esortazione, la petizione lanciata sul web, da un gruppo di intellettuali ed esponenti politici del centrodestra (https://www.change.org/p/italiani-referendum-2020-di-centrodestra-e-liberi-di-votare-no?utm_content=cl_sharecopy_24538091_it-IT%3A2&recruiter=625073132&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition), che invita a votare No al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Le firme di sottoscrizione si sono rapidamente moltiplicate in poche ore, tanto da lasciare sbalorditi gli stessi promotori dell’iniziativa.

E’ cominciato tutto con una chat – ha raccontato l’ex Ministro di An, Mario Landolfi principale ispiratore del documento – in ventiquattr’ore avevamo già le prime cento firme tra cui quelle di tre parlamentari in carica di Forza Italia (Marzia Ferraioli, Enzo Fasano, Gianfranco Rotondi), l’assessore lombardo Alessandro Mattinzoli, numerosi consiglieri regionali, moltissimi ex deputati e senatori tutt’ora in politica, intellettuali, manager pubblici vicini alla nostra area”.

Una marea montante di disobbedienti, le adesioni sono arrivate a oltre duecento, tra loro si fanno notare in particolare i nomi di ex parlamentari di An, “ai bei tempi” di Gianfranco Fini, come Silvano Moffa, Luca Bellotti, Pasquale Viespoli, Nicola Bono. Sono soprattutto loro i più tenaci ribelli, capaci di organizzare il dissenso in forma organica raccogliendo consensi da tutto il fronte d’appartenenza fuori e dentro il parlamento.

A finire sotto pressione è stata soprattutto Giorgia Meloni, impegnata a contendere lo scettro del sovranismo populista a Matteo Salvini, convinta sostenitrice del Sì, che si si trova a dover inaspettatamente parare i colpi di una disapprovazione proveniente con forza proprio dalla sua parte.

Si barcamena, prova a smorzare, un risultato contrario “sarebbe un segnale evidente per il governo” dice, glissando sul fatto che la probabilissima vittoria del Sì rappresenterebbe, invece, un indubbio successo per gli odiati 5 Stelle diventati ormai a tutti gli effetti “forza di sistema”, scombussolando il tavolo dell’antipolitica.

A lei, a Salvini e Berlusconi, anche loro alle prese con un ammutinamento interno di vaste proporzioni tanto da indurli, soprattutto il Capitano, a mantenere bassi i toni sulla competizione referendaria, toccherà solo “reggere il moccolo” a una maggioranza che cambierà la legge elettorale, i collegi, i regolamenti parlamentari e si nominerà il suo presidente della Repubblica.

E’ contro questa deriva, dunque, che è maturato l’appello a disubbidire ai leader. Un invito che prende le mosse, spiegano i ribelli, dalla convinzione che il populismo e il sentimento anti casta, del rancore verso l’establishment si stia sgonfiando.

Sottolineano come quella che definiscono la “legge fuffa” sia destinata a “lasciare insoluti i veri problemi delle nostre istituzioni, a cominciare dal bicameralismo perfetto”, privare molti territori di “adeguata rappresentanza”, rendere le Camere “ancora più condizionabili da lobby e gruppi di pressione. Il tutto, in nome di un risparmio pari al costo giornaliero di una tazzina di caffè”.

Questo referendum offre, a loro avviso, una “irripetibile opportunità di bocciare la falsa narrazione grillina presupposto indispensabile per determinare la crisi dell’esecutivo giallo-rosso”. Non basterebbe infatti al centrodestra “la sola vittoria alle concomitanti elezioni regionali, sia per la difficoltà di fornire una lettura politica univoca ad una consultazione parziale, sia perché la coalizione di governo si è presentata ovunque variamente divisa”.

Insomma, una vera sconfessione della politica portata avanti da una classe dirigente del centrodestra senza argomenti e visione. Non si era mai vista finora una così aperta messa in discussione di una leadership che sembrava avere saldamente in mano il comando dei propri eserciti e l’ampio favore delle basi elettorali di riferimento.

La conclusione della petizione è emblematica dell’insofferenza nutrita dalla base, un atto d’accusa chiaro e diretto:I leader spacciano il loro immobilismo per coerenza non accorgendosi che tutto è cambiato da quando in parlamento dissero Sì alla legge grillina. Invocano ogni giorno il ritorno alle urne, ma evitano di compiere l’unico passo decisivo in quella direzione invitando i propri elettori a votare No”. E infine la sfida: “Disobbedite ai vostri leader per il bene dell’Italia”.

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