

di Peppe Papa
Niente conferenze stampa, meno che mai uso dei social, interviste, comparsate in televisione a reti unificate, video autocelebrativi, dichiarazioni, veline di palazzo. Silenzio assoluto.
Mario Draghi, ha sprofondato nel panico tutto il circo mediatico nazionale, a corto di argomenti per il suo spettacolo quotidiano.
Qualcuno, tra i più sconfortati, specie quelli che sproloquiano ininterrottamente nei talk show a tutte le ore, se ne sono lamentati accusando il suo atteggiamento come un “atto estremo di snobismo“, avvisando che così “non va bene, la gente ha diritto di sapere”.
E c’è pure chi ancora farnetica circa la sostanziale continuità della sua azione con quella del governo precedente, ignorandone deliberatamente i risultati ottenuti, inversamente proporzionali alle chiacchiere del Conte II.
Primo fare, poi parlare è il suo mantra, peccato che questo confligga con le ‘necessità’ di un giornalismo a corto di idee, o peggio, schierato pancia a terra al servizio di interessi di parte, se non addirittura di quelli personali che poi è la stessa cosa.
Eppure, fin dalla sua prima apparizione in scena, Draghi ha fatto capire che il teatrino era finito. Una dichiarazione di appena un paio di minuti per annunciare di avere accettato l’incarico di Mattarella a formare il nuovo esecutivo, poi una settimana di silenzio durante le trattative con i partiti, infine giusto un flash per rendere noti i nomi dei Ministri.
Una sobrietà comunicativa, tanto stringata, da uccidere il ‘toro impazzito’ dell’informazione preso dall’ansia di prestazione. In pratica, basta comunicazioni alla stampa a ciclo continuo, nessun tweet, video, paginate social, men che meno riunioni in diretta streaming e, soprattutto, basta giri di parole.
Abbastanza per segnare il cambio di passo che solo alcuni ‘ultimi giapponesi’ tipo quelli del “Fatto quotidiano”, o di La7 si ostinano a non voler vedere, minimizzando senza vergogna qualsiasi successo.
A partire dal piano vaccinale che, pur tra mille difficoltà, procede spedito verso l’obiettivo delle 500mila iniezioni entro la fine di aprile, o al massimo le prime settimane di maggio.
Senza troppi proclami e esercitando fino in fondo la propria autorevolezza, certificata da un curriculum di assoluto prestigio, detta l’agenda, tiene a bada i bellicosi partiti dell’ampia coalizione che lo sostiene, prende decisioni senza che nessuno osi contraddirlo e sta rilanciando il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale, prendendo per mano anche quello dell’Europa, sostituendosi alla Merkel ormai sul viale del tramonto.
La conferenza stampa di ieri, attesa come il pane dai media italiani, non ha deluso le aspettative in termini di concretezza fattuale e chiarezza di idee, considerando l’urgenza dettata nelle ultime settimane dalle proteste, anche violente, di interi settori economici ridotti alla fame dalle chiusure forzate.
Le risposte sono arrivate, in verità già dal giorno prima con l’approvazione nel cdm dello scostamento di bilancio da 40 miliardi, con l’indicazione del percorso che promette di portare il Paese fuori dall’emergenza nei prossimi mesi indicando date, scadenze e comportamenti da osservare rigorosamente.
Zona gialla anticipata che torna a partire dal 26 aprile, scuole in presenza completa anche in zona arancione, ristoranti aperti sia a pranzo che a cena, ma solo con tavoli all’esterno.
Nella stessa data cinema e teatri, sempre all’aperto, ritorneranno accessibili al pubblico. Dal primo maggio nelle regioni gialle si tornerà negli stadi con un massimo di mille spettatori, poi dal 15 sarà la volta delle piscine non al chiuso e dal primo giugno il via alle palestre.
Non significa un “liberi tutti” ha avvertito, chiamando tutti alla massima responsabilità, ma cautela e senso civico. “Se i comportamenti saranno corretti – ha spiegato – le probabilità che si debba tornare indietro sulle riaperture è molto bassa, anche perché – ha aggiunto – la campagna di vaccinazione continua ad andare avanti”.
Parole che hanno scatenato l’alzata di scudi da parte dei soliti profeti di sventura, travestiti da virologi resi famosi dalla tv, che hanno messo in guardia dalle conseguenze più nere che una simile decisione inevitabilmente provocherà.
Una reazione, anche questa prevista dal premier, alla quale ha preventivamente risposto rivendicando il primato della politica, mettendoci la faccia nel prendersi l’onere della decisione, così come si conviene a un vero leader.
“Il governo si è basato su dati scientifici, ha preso un rischio ragionato sui dati in miglioramento dalla pandemia” ha sottolineato, rendendo in questo modo palesi anche le troppe divisioni tra gli esperti, nelle valutazioni dell’epidemia e i suoi effetti. Anche per loro è giunto il momento, insomma, di alzare le tende e ritornare in reparto ad occuparsi dei loro malati.
Poi per finire, giusto per chiarire che lui non è tipo da accettare pressioni o ricatti, ha messo un punto alla vicenda del ministro della Sanità, Roberto Speranza, fatto sedere accanto a lui, finito sotto attacco di Salvini e della destra-destra di Meloni.
“Le critiche al Ministro Speranza – ha rimarcato severo – dovevano trovar pace fin dall’inizio, non erano né fondate né giustificate. Lo stimo, l’ho voluto io nel governo”. Ed è quanto basta. Mario ha parlato, tutti zitti e al lavoro.