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Centrosinistra e centrodestra, entrambi frantumati, alle prese con una difficile tornata elettorale destinata a determinare le scelte degli schieramenti che si contenderanno la guida del governo italiano. Con la leader di Fdi decisa a far pesare la sua travolgente ascesa nei sondaggi

di Gennaro Prisco

Facciamo un giro d’Italia politico nelle grandi città e in Calabria dove, tra quattro mesi, i cittadini e le cittadine si recheranno (se si recheranno) ai seggi elettorali per votare i sindaci e il presidente della Regione.

Andando per metropoli e costa per costa della regione più inguaiata d’Italia non ci sfuggirà, alla fine del viaggio, la portata politica del voto. Il cui esito determinerà le scelte degli schieramenti che si contenderanno la guida del governo italiano mostrandoci chi sta con chi e perché. Non ora, ma a risultati conclamati.

Adesso è un gran casino da pollaio, non si capisce niente e i giochi possono cambiare sotto i nostri occhi proprio a Napoli, dove gli effetti del governo Draghi, sul piano politico, potrebbero mettere in circolo variabili ancora più destabilizzanti nella babele dei partiti, dei civici, dei movimenti conflittuali che resteranno fuori dalla poderosa ripresa economica che tutti aspettiamo.

Con un parlamento di eletti che non potrà non approvare ciò che il governo si è impegnato a fare con l’Europa e per l’Europa.  Che dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, evitare le elezioni anticipate, votare una nuova legge elettorale che salvi un po’ tutti (proporzionale con preferenza e soglia di sbarramento non troppo alta) e chi vivrà vedrà quanti ce la faranno ad entrare nel parlamento dimezzato dal referendum.

E se ciò che si dice oggi, che il centrodestra unito è maggioritario nel Paese, potrà non più esserlo dopo le amministrative d’autunno. Il centrodestra rischia di cadere nella sindrome dello specchio e somigliare al centrosinistra, anch’esso potenzialmente maggioritario nel Paese, ma frantumato.

E dovremmo tutti andare in pellegrinaggio allo scrigno delle riserve democratiche per ringraziare quegli italiani e quelle italiane che, Costituzione alla mano, di volta in volta vengono chiamati ad assumere ruoli politici.

Nel nostro caso, Mario Draghi, che argomenta ad un silenzioso – come ha confidato il Presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez – uditorio di capi di governo europei, le sue ricette economiche fondate sui principi laici e democratici del continente e dell’occidente.

Coniugando mercato e diritti dei lavoratori, rimettendo al centro delle analisi il pieno recupero dell’identità europea per chiedere agli autarchici, che hanno imperi e distese infinite, di consegnare ai popoli la libertà di esprimersi senza doversi misurare con l’agone politico.

L’ex Capo della Bce  è l’angolo che chiude la Presidenza di Sergio Mattarella, altra autorevole personalità tirata fuori dallo scrigno sette anni fa che, di fronte ad un Parlamento eletto senza maggioranza politica e sulle spinte politiche di un paese diviso e contrapposto, è riuscito a far nascere il Conte I e Conte II con maggioranze alternative e un governo di sintesi, quello attuale, dei due precedenti.

Con tutti dentro, tranne la Giorgia nazionale, interprete solitaria di un’opposizione politica di destra che la premia, che la vuole leader di uno schieramento di centrodestra che la faccia finita con il federalismo leghista e con il liberalismo berlusconiano. 

E dato che il senso dell’olfatto di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi è molto sviluppato, ecco le contromisure: federazione, o partito unico della destra di governo. Che probabilmente non si faranno mai né l’uno né l’altro. Anche se vincessero in Calabria, cosa possibile.

Insomma, se non avverranno fatti sconvolgenti, nello schieramento di centrodestra esploderanno i fuochi d’artificio dopo il risultato delle prossime amministrative, dove non c’è nessun autorevole esponente dei partiti di Fratelli d’Italia, della Lega e di Forza Italia candidato. Non a Roma, non a Torino, non a Milano, non a Bologna, non a Napoli. Da nessuna parte. Fino adesso.

E’ lì dove si è trovata la quadra, come in Calabria, lo si è fatto raffazzonando, candidato un duo capovolto per non eleggere il primo governatore della Lega al sud. Scegliendo, non l’attuale presidente facente funzioni della Lega, Nino Spirlì, succeduto alla scomparsa di Jole Santelli, ma Roberto Occhiuto, di Forza Italia, con lo stesso Spirlì suo vice.

Ma in Calabria anche nello schieramento avverso si gioca una partita napoletana, sia perché il sindaco uscente della città si è candidato alla presidenza calabrese, sia perché il centrosinistra sperimenta il “campo largo” come a Napoli.

E se nel capoluogo partenopeo ha sacrificato uno dei suoi fondatori, nella regione calabrese ha fatto anche di peggio: ha prima bocciato Nicola Irto, giovane consigliere regionale, molto stimato dai democratici. Poi l’ha ripescato e infine, nuovamente, rinnegato a favore della candidata Maria Antonietta Ventura, imprenditrice gradita ai Cinquestelle, che i media locali danno per perdente.

Ma torniamo al centrodestra di governo e di opposizione. Matteo Salvini ha bisogno di varchi, e nella sua mente si è fatta strada da tempo la necessità di creare legami stretti con mondi lontani, che per comprensione chiamiamo civici. E la storia comincia a non andare giù alla leader di Fratelli d’Italia.

Catello Maresca, candidato napoletano, civico con sostegno leghista e non della destra di Meloni, ne è l’esempio più paradossale: si vergogna dei simboli della Lega e di Fratelli d’Italia, ma non di Berlusconi, che dice essere un grande imprenditore. Dimenticando tutto il resto.

Mettendo sé stesso e il suo elettorato in compagnia della cattiva politica cittadina che tanto consenso ha dato nel passato a Silvio e benefici politici al resto dello schieramento.Rappresentando, plasticamente, sia la separazione profonda che c’è tra i partiti e il consenso, sia la debolezza di quei movimenti che pensano di fare tutto da soli, di cui è espressione.

Tira aria di sconfitta. Per questo, ci potrebbero essere degli strappi in corso d’opera. Ad esempio la conferma della candidatura di Sergio Rastrelli a sindaco per Fratelli d’Italia, e a guidare la lista, come ai tempi di Giorgio Almirante, Giorgia Meloni. Giocandosi a Napoli, la leadership dello schieramento.

Con la forza che ha adesso, una scelta del genere potrebbe generare un terremoto politico e certificare la sconfitta di Maresca e di tutti i civici scelti nelle sfide amministrative, aprendo di fatto una nuova storia politica per il centrodestra e anche per il centrosinistra, costretti a unirsi nella scelta di un sistema elettorale proporzionale che consentirebbe di sbarrare la strada alla Meloni e a Conte con il suo “nuovo Movimento” se vedrà mai la luce, poi si vedrà che governo fare.

Infatti né il Pd di Enrico Letta, né il M5S dell’ex premier,  nascondono bene la paura di perdere Napoli e Roma a vantaggio di Antonio Bassolino e Carlo Calenda, che aumentano di settimana in settimana la propria forza e la sfida del ballottaggio.

A Napoli contro Gaetano Manfredi, il candidato scelto a Roma per e nella Capitale contro il trio di centrodestra formato dall’avvocato opinionista Enrico Michetti, dalla magistrata Simonetta Matone, volto noto della terza camera di Bruno Vespa edall’eterno Vittorio Sgarbi.

Perdere Napoli e Roma, per mano di Bassolino e Calenda, per il Pd sarebbe un colpo durissimo e lo costringerebbe alla convocazione di un congresso straordinario, per definire identità, programmi, alleanze.

Per Conte, il colpo non sarebbe meno devastante. Già alle prese con il funambolico Grillo, potrebbe far ritorno nelle aule universitarie inseguito dai fantasmi politici di Virginia Raggi e Gaetano Manfredi.

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