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Letta a casa dei neo-fascisti per far fuori Renzi e Calenda che, intanto, litigano tra loro

Il segretario del Pd non si è sottratto all’invito di Giorgia Meloni a partecipare alla festa del suo partito. Nessuno imbarazzo, ma occasione per rilanciare il progetto di una Italia bipolare destinata allo scontro tra opposti estremismi che non prevede ‘terzi incomodi’

di Peppe Papa

Tutti da Giorgia, ci vediamo ad Atreju. Non è mancato nessuno alla festa dei neo-fascisti di Fdi, il partito dei “patrioti” di Giorgia Meloni. Da Berlusconi (anche se solo via telefono) a Renzi, da Salvini a Conte, da  Letta al consueto circo engagé di giornalisti, intellettuali, Ministri e ‘mondo finanziario produttivo’.

Un omaggio che, la leader della destra italiana, ha ricambiato tuonando contro la democrazia parlamentare e i suoi apostati anti-italiani, traditori della patria.

Giusto per non smentire da dove si viene, quali sono le radici, orgogliosa di rivendicare una diversità che i sondaggi stanno premiando. Tutto perfetto, brava Giorgia. Quel che inquieta, però, è la condiscendenza con cui il ceto politico ‘ democratico’ si sta prestando a tale deriva.

Il segretario del principale partito della sinistra italiana, il Pd di Enrico Letta, tanto per dire, non ha provato nessuno imbarazzo a presenziare alla kermesse dell’amica avversaria, proprio nei giorni dell’anniversario della strage di Piazza Fontana. Stessa cosa che ha fatto Renzi il quale, almeno, ha avuto la faccia di confessare apertamente di non sentirsi a casa sua.

E’ la politica direte. Vero, è proprio questo il punto. C’è da eleggere il nuovo Capo dello Stato e ogni occasione è buona per tessere trame, conviene esserci sempre e comunque. E’ la regola. Anche se costa la legittimazione di chi ti vuole ‘morto’, metaforicamente per fortuna s’intende.

In certi casi, anzi, torna buono per regolare qualche conto interno alla propria parte e perseguire un progetto politico che, nel caso del leader dei democratici, è quello incentrato sulla riproposizione bipolare del quadro politico.

Di qua, o di là, senza alternative, anche se questo comporta inevitabilmente la legittimazione dell’avversario, pur se della peggiore destra estrema.

Emblematica l’inchiesta di “Fanpage” sul mondo ‘nero’ che circonda Meloni che a differenza del suo mentore, Gianfranco Fini non ha mai risolto le ambiguità con la propria storia, tergiversando ogni qual volta gli viene proposto l’argomento. D’altronde la dice lunga il posizionamento suo e del partito che capeggia, su tutte le questioni più dirimenti del momento.

Sui vaccini scettica, tra i leader è stata l’ultima a immunizzarsi senza darne molta pubblicità, sul Green pass apertamente contraria strizzando abilmente l’occhio al movimento No-Vax, culminato con l’assalto squadrista al quartier generale della Cgil a Roma. Per quanto riguarda i diritti ha ingaggiato battaglie campali contro lo Ius soli, il fine vita, il ddl Zan, senza contare i migranti su cui ha dato il meglio.

Insomma, con una così, sarebbe il caso di non prenderci neanche un caffè insieme, ma l’ambizione e il risentimento che muovono il segretario dem fanno ‘miracoli’ i quali, in politica, mai vengono per caso. Poteva Letta rifiutare garbatamente l’invito marcando le distanze e rimandando il confronto alle urne quando saranno?

Certo che poteva, ma questo avrebbe significato inasprire il conflitto, derogando al clima di pacificazione imposto dall’emergenza pandemica e gestito da Draghi, e perdere di vista il vero bersaglio della sua strategia. Matteo Renzi e, più in generale, il fronte centrista liberaldemocratico che da Calenda ai radicali di Più Europa, i moderati di Forza Italia pronti all’uscita, rappresentano il terzo incomodo alla composizione della scena da lui immaginata.

Che è l’Italia destinata allo scontro tra opposti estremismi che non prevede schemi alternativi e che necessita in ogni maniera di rimuovere dal campo chiunque possa far saltare il piano, compreso Mario Draghi se necessario.

E poco male se si sceglie, come compagni di strada della moderna lotta antifascista, gente che è stata più sovranista di Salvini e illiberale della Meloni.

Andare a votare il prima possibile in alleanza con il populismo di sinistra contro quello dell’estremismo di destra, provando a vincere, o quanto meno se dovesse andare male, controllare i prossimi gruppi parlamentari, sarebbe il massimo per l’ex professore di ‘Science po’, ritornato a Roma, novello conte di Montecristo, invocato a gran voce dall’apparato dirigente del suo partito a raddrizzare la barca.

A suo modo ci sta provando anche se in maniera “scellerata” a detta dei ‘sinceri’ riformisti nostrani che, non contenti già di essere minoranza in parlamento e probabilmente nel Paese, passano il tempo a darsele di santa ragione tra loro. Incredibile. Che dire? Viviamo tempi strani.

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