

di Peppe Papa
Giorgia Meloni non è Marine Le Pen, che continuerà a vedere l’Eliseo con il cannocchiale, tant’è vero che ne ha preso le distanze. La leader di Fdi, a dar retta ai sondaggi, è già con mezzo piede a Palazzo Chigi con tante grazie a Enrico Letta, suo compagno di avventura nel tenere in piedi l’attuale sistema elettorale.
Maggioritario, nella sostanza, propenso all’aggregazione di ampi cartelli elettorali che si contendono “il chi vince piglia tutto”. E sulla carta Giorgia, al momento, appare inarrestabile.
Il suo, è il primo partito italiano, tallonato dal Pd, ma abbondantemente dominante nello schieramento di centrodestra che è maggioranza nel Paese, dove la Lega ha dimezzato i suoi consensi e Fi resiste indomita finché ce la fa Berlusconi.
L’intesa con gli alleati era che chi avesse preso più voti avrebbe espresso il presidente del Consiglio, come ha ricordato Ignazio La Russa: “è una regola non scritta e come tutte le regole non scritte vale fino a quando non se ne trova una diversa e condivisa”. Come a dire: non fate scherzi.
Insomma, se tutto va come deve andare, la Meloni ha tutte le carte in regola per aspirare al vertice del governo, avendo nel frattempo provveduto, pur se con qualche fatica, a ripulire il partito dalle ambiguità dei rapporti con le frange più estreme della destra radicale.
Un percorso che l’ha portata a diventare la presidente dei ‘Conservatori’ europei e essere ricevuta, con tutti gli onori, alla “Conservative political action conference”, organizzata dai Repubblicani americani a Orlando in Florida. Tanto di cappello, soprattutto, se ad assistere impassibile, anzi a dare una mano, è quello che dovrebbe essere il suo competitor.
Il segretario dem, infatti, nonostante mezzo partito spinga per ripudiare il Rosatellum e ritornare al sistema elettorale proporzionale liberandosi così dalla morsa di Conte e dei resti del M5S, tiene duro convinto sul suo “campo largo”, finora solo immaginato.
Ognuno per conto proprio, invece, sarebbe il modo migliore per rimettere in discussione gli equilibri, più o meno precari, delle forze in campo anche rispetto alla complessità delle sfide poste dalla situazione politica internazionale.
Misurarsi alle urne, poi, in parlamento costruire eventuali maggioranze. Il compromesso, il sale della democrazia, l’unico modo per provare a arginare Giorgia, la nuova ‘mamma Roma’.