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Renzi l’anti Meloni: il Pd ‘traccheggia’ aspettando la fine, Calenda lascia fare

I Dem persi nelle liturgie previste dal loro burocratico statuto e le scorie di una rigida tradizione culturale sovietista, non rappresentano un problema per la destra al governo. Servirebbe una leadership forte e l’ex premier è l’unico in questo momento in grado di esercitarla

di Peppe Papa

Draghi non c’è più, Meloni forse si farà, mentre sul fronte “sole dell’avvenire” non si intravede una figura che possa esercitarne la leadership. 

Ci sarebbe Matteo Renzi, ma è troppo bravo perché possa essere preso in considerazione dai cacicchi che razzolano nel centro-sinistra, pertanto è preferibile, nell’attesa che se ne materializzi un’alternativa, prendere tempo.

Non è il massimo, ma è quello che il Partito democratico, principale attore dello schieramento, in questo momento è in grado di fare dopo la batosta elettorale annunciata. Prendere tempo, e in questo sono maestri, con le liturgie previste dal loro burocratico statuto e le scorie di una rigida tradizione culturale sovietista, di sponda soprattutto ex Ds.

Ieri alla Direzione il segretario, Enrico Letta ha annunciato le primarie il 12 marzo, fra quasi sei mesi ammesso che non intervengano ripensamenti, che è il lasso che serve per svolgere l’essenziale discussione sulla “forma partito”, la riflessione sul “coinvolgimento degli esterni “e l’allargamento ad altre forze della “società civile”.

E l’immancabile “comitato dei saggi”, oltre il nuovo “manifesto dei valori” da scrivere a completare il quadro, insomma, tutto l’armamentario fin dai tempi di Achille Occhetto, indispensabile alle “fasi costituenti”. In fine il congresso, nella speranza che esca un nome veramente in grado di mettersi a capo di tutto lo schieramento.

Un modo di procedere, è evidente, che ha l’unico scopo di congelare tutti gli equilibri interni, dal segretario ‘presunto’ dimissionario in giù, sperando nel frattempo di non farsi troppo male e che il peggio passi in fretta. La destra, intanto, può dormire sonni tranquilli, nessuno disturberà il manovratore e non solo per una questione di numeri in parlamento.

L’opposizione, per incidere, ha bisogno di riorganizzarsi, loro invece hanno tutto il tempo a disposizione per consolidare la presa del potere grazie a un alleato inaspettato: il Pd e la sua classe dirigente disperatamente attaccata agli agi e alla libidine del Palazzo.

Che è il puto debole su cui Renzi ha battuto il tasto. Il suo intervento al Senato, nella dichiarazione di voto alla fiducia al governo, è stato emblematico della volontà di scardinare il blocco conservatore che si annida nell’opposizione, a partire dal Pd, proponendo il Terzo polo, la cui guida appare saldamente nelle sue mani, come vera forza di contrasto a una destra al governo, essa stessa scossa da evidenti spaccature interne.

Calenda, intelligentemente, lascia fare, la prospettiva di conquistare alla causa un pezzo dei dem una volta fanatici renziani e una parte di moderati in sonno tra le fila di Fi ormai ai titoli di coda, scontenti del trattamento ricevuto in sede di composizione della compagine governativa, risulta allettante ai fini della possibilità di conquistare una insperata centralità politica, finora evocata, ma poco concretizzata.

Matteo leader? Va bene. Il pregio di essere campioni, passa dalla capacità di riconoscere i fuoriclasse e sfruttarne i vantaggi, soprattutto se si gioca nella stessa squadra.

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