

di Peppe Papa
Se non ci fosse stato di mezzo Matteo Renzi, l’accordo del Pd con Carlo Calenda a sostegno di Lezia Moratti forse si sarebbe fatto, nonostante il recalcitrante parere del partito lombardo convinto di poter conquistare il Pirellone, dopo tre decenni di inutili tentativi conditi di ottimismo.
Non sarebbe stata la prima volta in fondo l’acconciarsi a scelte dettate dalla politica, passando sopra a storie inconciliabili con le proprie, accogliendo a braccia aperte vecchi avversari e collaborando più di una volta al governo insieme al centrodestra.
Che vuoi che poteva “sconvolgere la base” puntare sulla Moratti con la concreta prospettiva di vincere nella regione capitale economica-finanziaria d’Italia, assestando un duro colpo all’esecutivo di destra a Palazzo Chigi.
Invece ha prevalso l’idiosincrasia, il rancore verso l’ex segretario che, nonostante tutto, continua ad essere per loro il ‘rottamatore’, l’infido nemico che li vuole morti, l’odiato primo della classe.
Per questo motivo Enrico Letta ha rifiutato la mano tesa di Renzi, come questi ha raccontato nella nuova edizione del suo libro “Il Mostro”, a fare coalizione insieme per provare a contrastare l’onda ‘nera’ preferendo correre con il suo “campo largo” in formato mignon, alle ultime politiche, sapendo di perdere.
Un atteggiamento, tra l’altro, che presta il fianco, chissà quanto consapevolmente, alla istrionica retorica del leader di Italia Viva che ci sguazza e non perde occasione per esercitare la sua opera di demolizione che neanche più nasconde.
“Non so cosa accadrà al congresso del Pd – ha detto ieri al Festival de “Linkiesta” a Milano, dove ha partecipato con Calenda e appunto Moratti – ma noi avremmo tutto l’interesse che il piano di autodistruzione funzioni”.
“Il Pd di fronte a un bivio è una certezza – ha ironizzato parlando della scelta di non appoggiare l’ex sindaca di Milano – prenderà sempre la strada sbagliata”.
Che è quella intrapresa dai dem, cedendo alle spinte dell’ala più radicale di provare a costruire un fronte con il M5S, chiedendo a Moratti di ritirarsi, lanciando la candidatura di Pierfrancesco Majorino, l’europarlamentare dem dalla faccia di monaco francescano.
“Se in Lombardia non vuoi prendere i voti del centrodestra significa che in Lombardia non vuoi vincere – ha infierito Renzi nella sua prolusione – Non è cattiveria, è matematica: negli ultimi trent’anni ha sempre vinto la destra. Quindi – ha proseguito sullo stesso mood – o metti in lockdown gli elettori di destra per non farli votare, ma penso sia incostituzionale, oppure cerchi di prendere i voti dei moderati a disagio nel centrodestra sovranista”.
Il ragionamento non fa una piega, ma dalle parti del Nazareno non la pensano così se affidano al segretario lombardo del partito, Vinicio Peluffo, convinto sponsor di Majorino, la replica che ribalta la questione.
“I numeri condannano Iv e Azione al terzo posto, con la Moratti che nemmeno entra in consiglio regionale – ha sostenuto sicuro – perciò – ha avvertito – se Matteo Renzi vuole vincere batta un colpo alla sua prossima gita a Milano”. Insomma, un muro eretto a chiarire una volta per tutte l’incomunicabilità e alcuna voglia di avere niente a che spartire, costi quel che costi.
A niente è valso l’accorato appello dell’aspirante governatrice della cocciuta borghesia ‘movimentista’ liberale lombarda, lei sì cosciente della posta in palio, che ha raccomandato di non trincerarsi dietro “vecchi schemi”, sottolineando “la grande sfida che il Pd non sta cogliendo” della necessità di “andare verso il dialogo e la connessione con mondi che non ci appartengono, ma con i quali si può trovare una convergenza”.
Parole al vento, i giochi sembrano fatti, Giuseppe Conte ha aperto alla possibilità, per quel che il suo Movimento conta nella regione, di allearsi ma a condizione che i dem chiedano scusa del comportamento avuto nei loro confronti nell’ultimo anno. E l’intesa pare si faccia. Puro masochismo.
Probabilmente il Terzo Polo non ce la farà, a meno che la maggioranza silenziosa del “buon senso” non decida di sfidare il “senso comune” e scenda in campo abbandonando il confortevole rifugio dell’astensione. Sarebbe un bel segnale per il paese. Per il Pd, l’ultimo atto del tanto perseguito suicido.