

di Peppe Papa
Il fatto che Giuseppe Conte, un avvocato praticamente sconosciuto fino al 2018 quando assurse al ruolo di ‘testa di legno’ del governo giallo-verde guidato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si avvii a diventare il “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”, come aveva auspicato l’ex segretario del Pd, Nicola Zingaretti, la dice lunga sullo stato della sinistra italiana.
Un abile azzeccagarbugli, capace di far patti con chiunque e rinnegarli senza problemi un attimo dopo, come se non fossero mai esistiti, ha intuito la crisi del Partito democratico e, rinfrancato da un buon risultato elettorale su cui nessuno scommetteva, si è lanciato sulla preda con l’intenzione di divorarla.
Il M5S ha già da tempo effettuato il sorpasso, i sondaggi lo danno stabilmente sopra di tre punti ai dem, e ogni giorno che passa, mentre Enrico Letta e i suoi consumano l’ultimo atto di un suicidio politico, erode consensi e accresce le distanze.
Mentre loro discutono, lui macina valori con una retorica sempre più radicale, sottraendoli a chi tradizionalmente li ha sempre rappresentati.
Va d’amore e d’accordo con il capo della Cgil, Maurizio Landini, brandisce l’agenda sociale come il libretto rosso di Mao, fino ad appropriarsi del mito di Berlinguer e della “questione morale”, sfruttando gli imbarazzi dem sul ‘Qatargate’.
Non perde occasione di citarlo come esempio di rettitudine e rigore, elogiarne la visione politica tanto che, convinto che “buon sangue non mente“, ha pensato di candidare la figlia Bianca a governatrice del Lazio.
Dal Nazareno assistono inermi all’offensiva, il congresso che va per le lunghe non aiuta, i Popolari – gli ex Margherita per intenderci – hanno fatto sapere di non condividere praticamente niente del modus operandi e chiarito di essere pronti ad abbandonare la nave, così come la componente riformista del partito, allo stesso modo in predicato di lasciare, qualora dovesse prevalere la spinta laburista radicale.
Il rischio di implosione, che è l‘obiettivo strategico di Conte, ma anche di Renzi e Calenda sul versante liberal, è molto concreto. Fare la fine dei socialisti francesi, o di quelli greci, è nelle cose a questo punto, anche se si pensa di “essere troppo grandi per poter fallire”. Ma la storia ha dimostrato il contrario. E bisognerebbe prenderne atto.