

di Peppe Papa
Anche questa volta è successo, l’occupazione della Rai da parte del governo in carica, scattata puntuale come un orologio svizzero, con annesse polemiche, indignazione dell’opposizione e solito clamore mediatico a uso dei poveri utenti che pagano il canone e poco se ne fregano di chi, alla fine, comanda.
Il pubblico giudica il ‘palinsesto’, che è più o meno sempre lo stesso da quando è nata la tv di Stato, e negli anni ha visto crescere l’offerta variegata dei privati dell’etere, acquisendo il potere di cambiare canale, mandando a rotoli qualsiasi programmazione.
Dunque, tanto affannarsi per niente. Pure in considerazione del fatto che alla fine la spartizione avverrà lo stesso e saranno accontentati tutti. E’ prassi consolidata che una poltrona non si nega a nessuno in misura della sua rappresentanza, e dopo un po’ non se ne parla più, ricominciando uguale come prima.
Anche se questa volta, tutti gli attori della commedia delle parti fino al prossimo giro di giostra, hanno individuato il colpevole indiscusso dell’andazzo, l’uomo più antipatico d’Italia, Matteo Renzi. L’accusa è quella di avere sancito per legge la distribuzione dei posti di comando conferendone al governo la prerogativa.
Che rappresentò all’epoca, nel 2015 quando entrò in vigore, il tentativo di sgombrare il campo dalle ipocrisie, obbligando il manovratore di turno di assumersi la responsabilità delle nomine, senza infingimenti. E giusta, o sbagliata che fosse, finora nessuno ha avuto niente da ridere.
Tutti i governi che si sono susseguiti da allora ne hanno approfittato, così come sta facendo adesso la destra-destra per la prima volta approdata nella “stanza dei bottoni”. La quale, contro le rimostranze della minoranza che ha stigmatizzato “l’epurazione” di nomi eccellenti, ha risposto con piglio sprezzante per bocca della premier, Giorgia Meloni: “Se qualcuno se ne vuole andare, non ci riguarda”.
E’ la legge del contrappasso, e non fanno niente per nasconderlo, anzi ne approfittano per mettere in scena l’ormai stucchevole lamento contro l’egemonia culturale della sinistra che finalmente può essere ribaltata, a prescindere dal possesso di un adeguato pantheon alternativo. Un alibi. Questa egemonia, come abbiamo visto, almeno in Rai, non è mai esistita.
Per lo stesso motivo a sinistra farebbero bene a non strepitare più di tanto contro il provvedimento “liberticida” dell’esecutivo Renzi. La norma andava bene nel 2017 quando Paolo Gentiloni, allora premier, mise mano alle nomine. Così come Giuseppe Conte nel 2020 operò le proprie scelte.
Tutto bene in quel caso, si era in perfetta legalità, tranne cambiare idea quando a Palazzo Chigi è sbarcata la destra estrema che nessuno si aspettava, puntando il dito contro l’ex segretario Pd reo di aver consentito lo scempio.
In pratica, il problema non sono i post-fascisti al governo che legittimamente esercitano i loro diritti, ma Renzi che nella sua furia iconoclasta ha reso possibile, lo sfregio. A loro, dunque, non resta che accettare qualche ‘posto’ lasciatogli in gentile concessione. Che è sempre meglio di niente.