

di Peppe Papa
Più soldi in tasca ai lavoratori “poveri” e rischio disoccupazione se non si procede con idee chiarie, lontani dal populismo di facile presa che propone soluzioni semplici a problemi seri e complessi. E’ l’avvertimento lanciato da Luigi Marattin, deputato e dirigente di Italia Viva, partito che si è tirato fuori dall’accordo sul “salario minimo” firmato dall’opposizione e imputato apertamente di “intelligenza” con il nemico.
In un lungo post su Twitter ha spiegato le ragioni della scelta punto per punto, smontando l’impianto accusatorio partendo dal chiarire di non essere per niente contrari a una proposta di legge in materia, anzi. “L’istituzione di un salario minimo, sottoforma di tetto sotto il quale la contrattazione collettiva non può fissare livelli retributivi – ha ricordato – era presente nel programma elettorale del Terzo Polo alle scorse elezioni politiche”.
I motivi del dissenso, dunque, sono di altra natura e non certo una posizione presa “tanto per distinguersi a tutti costi” come ha insinuato più d’uno degli antipatizzanti renziani. Nel merito si tratta, ha rilevato Marattin, di un dettaglio non da poco che distingue la proposta di legge presentata da Iv a inizio legislatura, da quella dell’attuale opposizione riunita.
“Il valore di nove euro l’ora – ha spiegato – non è più riferito alla retribuzione complessiva (cioè tuto ciò che va in tasca al lavoratore) ma solo a quella tabellare che evidentemente è più bassa. Ne deriva che il valore di nove euro, se rapportato alla retribuzione complessiva e quindi reale, rappresenta un valore piuttosto alto. Pari al 75% del salario mediano, quando le indicazioni non solo della Ue, ma di tutte le organizzazioni internazionali sono di un salario minimo non superiore al 60% del salario mediano”.
Questo per evitare che si inneschino reazioni a catena che in economia sono la norma ottenendo risultati opposti a quelli entusiasticamente auspicati. E ciò non vuol dire che non sia meglio ottenere salari minimi sempre più alti, ma c’è un limite che è dato dalle leggi di mercato su cui si basa il mondo occidentale.
La cosa, ha proseguito Marattin, funziona più o meno come un normale rapporto tra domanda e offerta, dove l’equilibrio è indispensabile per produrre effetti positivi, in caso contrario sono problemi. “Il salario – ha sottolineato il parlamentare di Iv – è un prezzo come tutti gli altri: da un lato (quello dell’offerta) rappresenta la remunerazione di chi vende la sua prestazione lavorativa, dall’altro (quella della domanda) il prezzo di chi la compra”.
E’ fatale che, se questo prezzo viene fissato per legge ad un livello troppo alto, “non sarà evidentemente conveniente domandare lavoro” e quindi si produrrà un eccesso di offerta: “vale a dire, disoccupazione”. Insomma, bisogna stare molto attenti e maneggiare la materia con raziocino altrimenti, “in una struttura produttiva come quella italiana, rischi di fare danni seri”.
Italia Viva pertanto ha preferito non firmare, “discuteremo la cosa in parlamento “, ha avvertito Marattin, “con assoluta serenità, numeri alla mano quando la proposta verrà calendarizzata”.
Ha poi di seguito illustrato una serie di temi che nell’occasione rappresenteranno il contributo del partito alla discussione. Tassa negativa (lo Stato ti dà i soldi invece di prenderli), detassazione completa della contrattazione territoriale e/aziendale (lo Stato si tira fuori da ogni pretesa economica), la fusione tra imprese piccole che insieme pagherebbero salari più alti.
E’ inutile farsi illusioni, difficile che il dibattito in parlamento prenda la via della riflessione collaborativa e si assisterà quasi sicuramente a una contrapposizione di principio tra opposti schieramenti destinata a impantanarsi nell’immobilismo. Del “lavoro povero” se ne parlerà più in là, forse. Adesso non ci sono le condizioni, a prevalere è l’istinto animale dei partiti e la loro identità da difendere ad ogni costo. Il prossimo anno si vota per le europee ed è questo quel che conta.