

di Peppe Papa
Era l’inverno del 1979 quando, in una affollata assemblea nell’aula magna dell’Università Federico II di Napoli, organizzata da alcuni collettivi della sinistra extraparlamentare dell’ateneo e l’ala più radicale e violenta del movimento della ‘Autonomia’, si scatenò la rissa.
L’adunata era sta convocata per inneggiare alla rivoluzione in Iran contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi, il re filo occidentale che governava in maniera autoritaria il Paese dal 1941, e l’ascesa al potere, dopo la sua cacciata, del religioso sciita Ruhollah Khomeini che in breve tempo avrebbe trasformato l’Iran in una Repubblica teocratica islamista con gli esiti nefasti che oggi conosciamo.
Tre studenti di sociologia, allora spassionatamente interessati alla politica, ma che nulla avevano a vedere con quel contesto di accesi rivoluzionari khomeinisti, un po’ provocatoriamente, perché l’età gioca di questi scherzi, provarono a lanciare l’allarme sui pericoli che avrebbe rappresentato di lì a poco la presa del potere da parte di una combriccola di religiosi fanatici e anti-occidentali.
Fu il più impavido dei tre a prendere la parola e sfidare apertamente al confronto chi gestiva il tavolo di presidenza, vale a dire gli organizzatori che certo non avevano nessuna intenzione di discutere con tre “infiltrati fascisti”, per cui dopo qualche scambio di battute, si scatenò la bagarre. Niente di ché, fortunatamente, i più ragionevoli tra loro, una specie di servizio d’ordine, li accompagnò alla porta, facendo in modo che nessuno si facesse male.
Più di quarant’anni dopo uno dei tre studenti, Luigi Caramiello diventato nel frattempo uno stimato cattedratico proprio alla Federico II, si è ritrovato a vivere più o meno la stessa esperienza, questa volta non nella bolgia di una assemblea studentesca di giovani annebbiati dall’ideologia, ma tra i suoi colleghi nel consiglio del Dipartimento di Scienze sociali dove insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi.
Questa volta non si è arrivati alle mani, ci mancherebbe, ma il clima di tracimante ostilità nei suoi confronti era lo stesso.
Anche questa volta a scatenare l’insofferenza degli astanti è stata l’iniziativa del professore di mettere ai voti una mozione di dura condanna “dell’aggressione criminale compiuta da Hamas sul territorio di Israele, massacrando civili inermi, bambini, donne anziani, con modalità atroci che ci riportano ai momenti più bui della storia umana”.
Con l’approvazione della mozione, inoltre, il Dipartimento avrebbe ribadito “la sua ripulsa assoluta di razzismo e antisemitismo, in qualsiasi forma essi si manifestino”, il diritto all’esistenza dello stato di Israele, il rilascio degli ostaggi nelle mani dei terroristi islamici, un tavolo negoziale per il cessate il fuoco e la speranza che si sviluppi nell’immediato un processo di pace come racchiuso nella formula “due popoli, due Stati”.
Insomma, una proposta di buon senso che si poteva sottoscrivere senza fare troppo torto alla personale coscienza degli intellettuali seduti al tavolo, si immagina tutti sconcertati dall’orrore derivante dall’azione terroristica e preoccupati dalla rappresaglia israeliana, pronti a dare una mano anche sé solo con un pubblico atto istituzionale. Invece, no.
In quattro hanno contestato la ricostruzione proposta da Caramiello e si sono opposti alla sua approvazione, nessun altro ha parlato e non c’è stato dibattito, probabilmente la pensavano allo stesso modo dei loro colleghi e avrebbero nel caso votato contro, pertanto non c’era bisogno di intervenire.
Forse non se ne fregavano niente e sarebbe grave, o forse obiettivamente non si erano formati ancora un’opinione, capita, anche se non dovrebbe alle menti più brillanti delegate a formare le classi dirigenti del futuro nazionale. Ma tant’è, la direttrice del Dipartimento, Dora Gambardella ha tolto tutti dall’imbarazzo decidendo di non mettere la mozione ai voti. Amen.
C’è da capire la scelta di Gambardella, gli atenei italiani e non solo, sono in subbuglio, d’altronde nemmeno il Rettore della sua università ha preso finora posizione, perché avrebbe dovuto schierarsi, proprio lei, apertamente in una maniera o nell’altra, assumendosene conseguenze e responsabilità?
In fondo la storia è sempre la stessa, quarant’anni fa come adesso, una frangia di studenti politicizzati protesta e si indigna portandosi dietro un po’ di giovani cui non par vero di fare casino e sentirsi di esistere, contare qualcosa.
Parole d’ordine e slogan, uguali come se il tempo non fosse passato, sullo sfondo il caro vecchio terzomondismo anti-occidentale di grossa parte della sinistra a costruire l’impianto ideologico, sostenuto oggi come allora dal blocco di potere intellettuale dell’accademia. I “cattivi maestri”, quelli della “complessità” che persi nella loro comfort zone del contestato e opulento occidente, non vedono il mostro arrivare.
Non ci vuole molto a capire, così come per la rivoluzione islamica iraniana dell’epoca, che Hamas non ha niente a che vedere con il popolo palestinese, anzi ne è ostaggio, allo stesso modo del popolo dell’Iran con il regime degli Ayatollah. Cercano la guerra di civiltà, con il loro alleato Putin che in Ucraina ha scatenato l’inferno, e il più ambiguo dittatore cinese Xi Jinping, sperando di dare una lezione definitiva alle molli democrazie occidentali.
Finora gli è andata male, nonostante le quinte colonne, che come stiamo vedendo operano indisturbate su giornali, social, in tv e nelle università, spiegando che il male alberga ad ovest dell’emisfero e i reietti sono costretti a difendersi, con indomita tenacia, dal virus della libertà, Che a loro fa tanto comodo, ma questo meglio non dirlo “le masse con capirebbero”.