

di Peppe Papa
Il vento di destra che doveva abbattersi sulle democrazie liberali del continente europeo, tanto da stravolgerne i connotati, si è dimostrato poco più che un refolo. Il doppio ko subito prima in Gran Bretagna con la vittoria dei laburisti di Stramer, poi in Francia con quella schiacciante del Fronte popolare, hanno dimostrato che non c’è spazio per fascisti e destra becera radicale.
Anche in Italia, unico tra i paesi fondatori della Ue ad essere guidato da un governo di destra, sembra che qualcosa cominci a muoversi nel fronte dell’opposizione che, sull’entusiasmo delle buone notizie provenienti al di là delle Alpi, ha ripreso a discutere di come costruire l’alternativa.
E il proposito che sembra emergere, mettendo tutti d’accordo, è quello di un’alleanza che va dal Pd di Elly Schlein a Iv di Matteo Renzi, passando per Avs di Nicola Fraoianni e Angelo Bonelli e il M5S di Giuseppe Conte.
La strada è ancora lunga e non è detto che il tentativo vada a buon fine, in particolare il capo dei Cinquestelle è quello a destare qualche preoccupazione per la sua conclamata volubilità, ma al momento non sembra avere altra scelta che accodarsi all’iniziativa di cui si è fatta promotrice la segretaria Dem.
Schlein, intanto, ha chiuso con la stagione Letta, quella che “Renzi ci fa perdere voti”, e ha dichiarato che “non metterà veti”, un’apertura chiara che è piaciuta ai terzisti, tranne Carlo Calenda naturalmente, ma ne parleremo dopo, chiamati a riprendere la costruzione del partito unico dei riformisti liberali. Operazione propedeutica all’apertura di qualsiasi discorso con il Pd e il resto della potenziale coalizione di centrosinistra.
Insomma, se il partito di Schlein, intorno a cui è evidente va costruita l’alleanza, mantiene la sua impronta spostata a sinistra sui temi sociali e quello dei diritti civili, va coperto il fianco dell’economia e delle competenze amministrative. I riformisti, dunque, possono riprendere fiato, anche all’interno dello stesso Pd, come ha dimostrato l’uscita di Enrico Morando a proposito della possibilità che nasca un soggetto politico terzista.
“Il partito democratico – ha detto – non dovrebbe delegare ad altri il compito di rappresentare l’istanza riformista, ma ambire ad assumerla in prima persona, tornando a essere effettivamente quello che ha promesso di diventare con il suo atto di nascita: un partito di centrosinistra”. In poche parole, per i centristi usciti ammaccatissimi dalle ultime elezioni europee, non c’è tempo da perdere per cercare di rientrare in qualche modo in partita.
Renzi l’ha capito e non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare subito la sua adesione a questo schema, Maria Elena Boschi era insieme agli altri a presentare i quesiti per il referendum contro la legge sull’Autonomia differenziata in Cassazione. Ha fatto sapere in vari modi a Schlein di essere disponibile a partecipare, anche se il tutto dovesse trasformarsi in nuovo Ulivo con gli annessi limiti di tenuta già sperimentati.
Ne ha elogiato la caparbietà a perseguire l’obiettivo, ribadendo di non cercare vetrine per sé stesso, assicurando allo stesso tempo tutto il sostegno e il contributo di idee per costruire l’alternativa a Meloni e il suo governo. Intanto ha convocato per l’autunno il congresso di Italia Viva dove ha fatto sapere farà un passo di lato per dar spazio a una nuova leadership.
Nel frattempo, prende forma l’iniziativa di Luigi Marattin e Enrico Costa di dare vita a una nuova ‘cosa’ unendo le forze di Azione e Iv, la partecipazione dei Libdem di Andrea Marcucci, la Fondazione Einaudi e tutto il variegato mondo liberaldemocratico in attesa di rappresentanza. Sono migliaia le firme alla lettera-appello lanciata dai due deputati che girano come una trottola, da quasi un anno, lungo tutto lo stivale.
E Calenda? Calenda, fa Calenda. Tanta spocchia e poca sostanza, cerca la scena, l’unica cosa che veramente gli interessa, vuole esserne al centro e come un bambino viziato fa i dispetti covando rancore e maliziosa cattiveria. Ha dichiarato che lui non partecipa ad “accozzaglie”, non gli è piaciuta in verità l’affermazione di Schlein che ha detto che è “più facile lavorare con Renzi” che con lui.
“Ha ragione – ha reagito piccato – noi chiediamo un programma di governo credibile, Renzi tre posti sicuri alle prossime elezioni”. Dimenticando che senza l’aiuto fondamentale di Iv che gli ‘prestò’ il simbolo alle scorse elezioni politiche, oggi non sarebbe neanche il parlamento. Sorvolando poi sul fatto di avere, nella stessa occasione, mandato a monte l’accordo chiuso pochi giorni prima con il Pd di Letta sancito da un sonoro bacio sulle guance del divertito segretario.
Non è chiara qual è la sua strategia, ammesso che ce ne sia una, in questo momento chiamarsi fuori è politicamente una follia, almeno se l’obiettivo non è quello di giocare a fare il guru carismatico di una sparuta truppa di seguaci che gli vanno dietro, ma chissà fino a quando. La politica corre e può succedere di ritrovarsi solo, mentre continua a specchiarsi nell’acqua.
3 Comments
Faziosi anti Calenda non citate l’ Associazione Socialista Liberale tra i soggetti interessati con Azione a formare un partito riformista social liberale
A me piacerebbe sapere cosa è accaduto il 3 luglio in Regiond Lazio con la consulta Femminile composta da 110 associazioni, perchè non sono stati interpellate??? Chi di cuccagna i 100 mila euro ?
M.Renzi e’ appartenuto al P.D. io vivo in Sud Africa, ho fatto tante cose in questo paese. La famiglia, e stupendi figli, ma Firenze l’Italia dove sono le mie radici. Il filo indostruttile dell’appartenenza.
N Cosi M.Renzi col P.D.