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“Teatro dell’assurdo”, triplo Beckett alla Sala Assoli di Napoli

A proporre il trittico del grande drammaturgo irlandese, “Primo amore – Atto senza parole 1 e Atto senza parole 2”, il regista Costantino Raimondi in scena con Sergio Longobardi

di Serena Cirillo

Il genere nato sul finire degli anni ’30 in Francia denominato “teatro dell’assurdo”, ogni volta che viene riproposto in scena stimola profonde riflessioni. Con le sue tematiche eterne che rispecchiano i disagi della società moderna, costituisce un’espressione artistica senza tempo che piace sempre e non stanca mai.

A proporre il trittico di Samuel Beckett: “Primo amore – Atto senza parole 1 e Atto senza parole 2” è il regista Costantino Raimondi, in questo caso anche attore, in scena con Sergio Longobardi alla Sala Assoli da venerdì 28 a domenica 30 marzo. Assistente regia: Annalisa Arbolino; costumi: Tata Barbalato; luci: Gaetano Battista; produzione di Antonio Nardelli; foto: Ivana Fabbricino.

Opera poco conosciuta dell’autore di “Aspettando Godot” (dramma che lo rese famoso in tutto il mondo), “Primo amore” fu scritta sotto forma di novella, in francese, nel 1946 e rimase inedita per venticinque anni. Lo stesso autore non ne fu entusiasta, infatti si dimostrò sempre reticente a pubblicarla. Alla fine, cedendo alle insistenze di editori e conoscenti che lo spronavano a dare alle stampe qualcosa di nuovo, data l’impennata di richieste conseguenti alla sua vincita del premio Nobel nel 1969, la pubblicò nel 1970.

Nello stesso anno fu tradotta in italiano da Franco Quadri per Einaudi. Ci sono voluti decenni per vederla rappresentata, e delle sue versioni teatrali si sa poco anche perché, per volontà dello stesso autore, chi ne ha ereditato i diritti ha posto severe condizioni sull’utilizzo del testo. Tutto ciò che Beckett aveva permesso era stato farne una lettura solo teatralizzata.

Il protagonista è un clochard che racconta le sue delusioni e le disavventure che lo hanno portato a quella condizione, dalla morte del padre e gli scontri con i parenti, all’avventura sentimentale con la prostituta Lulù, finita in una delusione. Un viaggio ricordo in cui l’umorismo disincantato sfocia nel grottesco-triste, un testo che per la sua connotazione tra il reale e il surreale viene collocato nel genere “teatro dell’assurdo”, ma che, riflettendoci, può essere drammaticamente attuale e vero, per niente assurdo. Si tratta di un esperimento letterario che si colloca tra due momenti: l’analisi soggettiva del proprio vissuto e la riflessione oggettiva sulla realtà circostante.

In “Primo amore” è evidente ancora il forte influsso di James Joyce, di cui Samuel Beckett fu allievo e seguace, e, sebbene sia un testo altamente simbolico come tutte le opere di Beckett, mantiene ancora una struttura narrativa. Invece “Atto senza parole 1” e “Atto senza parole 2”, scritti in seguito e appartenenti alla fase della maturità dell’autore, sono molto più astratti, come se fosse sempre più rarefatta la sua rappresentazione del mondo esterno e del suo mondo interiore che vi si rispecchia.

L’autore procede verso la scarnificazione del testo teatrale, spogliato via via di tutti i mezzi espressivi fino all’immobilità e il silenzio. I personaggi sono ignoti, identificati con una lettera, il luogo è ignoto, il testo, già ridotto al minimo in Atto senza parole 1, viene totalmente soppresso in Atto senza parole 2.

L’opera si inserisce nel filone del mimo corporale contemporaneo, nato a Parigi negli anni ’30 grazie ad Etienne Decroux, poi continuato e perfezionato dal suo eccellente allievo Marcel Marceau per tutto il XX secolo. E’ questo uno dei motivi per cui la produzione di Beckett è tanto cara al regista Costantino Raimondi, che, formatosi all’Ecole Internationale de Mimodrame di Parigi con Marceau, ha sentito la necessità di ridare senso e poesia al mondo descritto dal drammaturgo irlandese attraverso il movimento fisico, mutuato alla perfezione dal geniale mimo francese che nel 1949 fondò la prima compagnia di Mimo, unica nel suo genere.

In uno stile teatrale così astratto, il movimento sostituisce la mancanza di azione e la scena estremamente minimalista. “L’azione corporea rende visibile l’invisibile – ama ripetere Raimondi – il mio linguaggio parte dal corpo, mezzo che esprime attraverso il gesto pensieri ed emozioni, ed evoca un immaginario collettivo teatrale contemporaneo. Il mio scopo è recuperare la risonanza lirica attraverso il silenzio, per dare all’interprete voce, peso e densità, con un teatro di maschera e carne, pragmatico e non psicologico”.

Una scelta impegnativa quella del regista che ha insistito fortemente per portare in scena il suo autore preferito, in uno spazio performativo che si adatta bene al genere. Opera interpretata magistralmente dallo stesso Raimondi e da Sergio Longobardi, specialista di letteratura teatrale francese, istrionico e versatile, la cui padronanza scenica lascia spazio a interventi diretti e imprevisti.

Dopo il successo della prima rappresentazione di venerdì 28, seguiranno le repliche il 29 e 30 marzo presso la Sala Assoli, vico Lungo Teatro Nuovo n.110 (Quartieri Spagnoli), Napoli.

4 Comments

  1. Antonio ha detto:

    Splendido

  2. Fabrizio ha detto:

    Bellissimo

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