

di Chiara Sacco
Domenica 23 marzo si è tenuto l’ultimo appuntamento dello spettacolo di clownerie “Slava’s Snow Show”, presso il teatro Bellini di Napoli, creato da Slava Polunin, artista russo considerato uno dei più grandi clown al mondo. Uno show fatto di cose semplici e potenti che mette in scena la teatralità stessa dell’esistenza. Ha debuttato per la prima volta nel 1993 e ha da sempre avuto come matrici e coordinate di riferimento artistico esponenti come: Marcel Marceau, Leonid Engibarov, Charlie Chaplin e Totò.
L’opera non utilizza la parola come mezzo tramite il quale comunicare agli spettatori, ma decide di farlo attraverso il linguaggio del corpo, si può infatti dire che l’intero spettacolo sia un unico corpus che si muove organicamente; cresce, si modifica, si rimpicciolisce, esplode, si ricompone. E’ in continuo divenire e per questo grottesco, inghiotte il mondo e a sua volta ne viene inghiottito.
“Cominciai a rallentare il ritmo, a valorizzare gesti insignificanti che ora mi sembrano molto più espressivi e colorati di quelli pomposi o solenni. Mi sono affezionato a gesti incompiuti, interrotti, congelati, come tagliati da un pensiero improvviso.” racconta Slava.
Ogni persona, che sia seduta in platea, o in uno dei palchetti, che abbia compiuto 6 anni o vada per i 50, è immersa con poesia in uno spazio fatto per immaginare, che restituisce a tutti, in un luogo e un tempo, la condizione di esploratore del mondo che si riaffaccia a questo con stupore, come se lo stesse guardando per la prima volta.
E’ propria di ognuno la possibilità di cogliere significati, leggere ed interpretare, riscrivere la scena secondo una visione personale animata dalle continue suggestioni che questo spettacolo sa dare, senza doverle dimostrare. Così una scopa, un letto e un lenzuolo bianco, slegati dal loro quotidiano ruolo di utili oggetti, vengono assemblati ed insieme diventano una barchetta pronta a salpare mari in tempesta infestati dagli squali più ridicoli.
Tra nuvole di fumo, piogge di coriandoli e sciami di bolle di sapone, il clown giallo, interpretato da Viktor, il figlio di Slava, calpesta una ragnatela e ci si impiglia rovinosamente, coreografando con ritmo, gestualità e mimica il tentativo vano di liberarsi da quel groviglio, che lo ingloba sempre di più fino a farlo scomparire.
Il clown è una figura catartica per il pubblico, che ride della sua rovina, e di fatto questo è parte di ciò che si vuole mettere in scena; il tentativo di compiere un’azione, ma fallire e farlo coralmente, facendo esondare quel sentimento di sconfitta e trasformarlo in una risata. La ragnatela poi comincia a calarsi sul pubblico, conquista la platea e con lo slancio del gioco, che ormai si è impossessato della sala, la si tocca, afferra, rompe, si entra nel sogno.
E’ un viaggio che tende al sogno quello che lo spettacolo invita a tracciare, un percorso a ritroso verso i propri desideri di bambino, un capovolgimento della logica della crescita che vorrebbe configurarsi come una freccia verso il futuro ma che qui invece inverte la rotta, spinge a perdersi, promuove la scoperta di sé stessi tramite il sentimento del gioco, della risata, dell’intrattenimento come forma d’arte totale.
Lo spettacolo non si esaurisce varcando la soglia del teatro e arrivando in strada. Ormai un incontrollabile formicolio pervade il corpo e gli occhi delle persone che vi hanno assistito e che continuano a parlarne, cercando di descrivere in maniera verosimile ciò che hanno visto, ma allo stesso tempo perdendosi tra la reminiscenza di un moscone gigante, comparso sul palco per un solo secondo, ed un sogno fatto qualche notte prima, così simile a quell’ immagine. Come quei colorati e onirici ricordi che per caso o per gioco si annidano e affiorano nella mente, allo stesso modo ci si ritroverà in tasca alcuni dei coriandoli sparati in tutto il teatro, diventando così vagabondi portatori di poesia e di festa.
1 Comment
Ho riscontrato citazioni Kafkiane e Beckettiane. Per chi ama il teatro, va visto almeno una volta nella vita; unico nel suo genere.