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Trump, il politicamente corretto e l’italiano morto a fianco degli ucraini: eroi e macchiette di statisti

Da tempo abbiamo smesso di dire “pane al pane e vino al vino“. Una pratica di sincerità che è apparsa troppo brutale in un mondo che vedeva crescere la coesistenza di culture, usi e costumi diversi, a volte distanti fino all’antagonismo

di Vincenzo Marini Recchia

Ipocriti, farisei, eroi da operetta, macchiette di statisti. Da tempo abbiamo smesso di dire “pane al pane e vino al vino“. Una pratica di sincerità che è apparsa troppo brutale in un mondo che vedeva crescere la coesistenza di culture, usi e costumi diversi, a volte distanti fino all’antagonismo.

Il “politicamente corretto” si è trasformato, da tratto gentile ed empatico, in una gabbia soffocante creando sconcerto e financo repulsione in quanti hanno ritenuto esagerato, fino all’ipocrisia e al masochismo sociale, un buonismo tanto non condiviso quanto controproducente.

Molti degli underdog, che si sono affermati con irresistibili ascese nei palcoscenici del discorso pubblico, hanno sfoggiato un linguaggio di totale rottura con le regole di questo moderno “volemose bene” con una gamma di crescente intensità e volgarità.

In Italia, molti anche precursori, hanno raggiunto i vertici di questa lista di dissacratori, seducendo orde di frustrati, più o meno giustificati, dalle incessanti contraddizioni dell’esistenza.

Donald Trump è oggi l’esempio perfetto dentro questa fenomenologia. Non solo per il modo sgradevolissimo con cui usa aggredire gli avversari, deridere le imperfezioni, indulgere in pose superomistiche, ma perché esprime una malvagità tanto banale quanto indiscutibile e, soprattutto, perché è una persona profondamente malata.

È avvenuto che il paradosso democratico, congiunto agli errori delle élite dominanti, ha portato al potere, del paese più geloso del diritto individuale a sognare l’impossibile, il più laido degli esemplari umani. Qualcosa di simile a quanto accadeva, in passato, per gli eredi delle famiglie imperiali sfiancate dall’emofilia.

Accade, quando arrivi sul palcoscenico che è sempre in primo piano davanti al mondo, che, di fronte all’epifania personale della propria miseria umana, il bon ton diplomatico diventi totalmente insensato.

Mentre scrivo apprendo dal Tg di un incidente che ha riguardato un console italiano che assieme ad una delegazione stava visitando un settore di Gaza. Il percorso della delegazione era concordato ma, secondo le autorità militari israeliane, ad un certo punto la delegazione ha cambiato direzione entrando in una zona vietata.

I militari israeliani hanno sparato in aria colpi di avvertimento. I video testimoniano di un fuggi fuggi dei componenti della delegazione, non abituati come i cittadini israeliani a piogge di missili e incursioni di droni. Hanno subìto un grande spavento e gli israeliani si sono scusati.

Nella prima parte di questa vicenda i militari impegnati hanno usato il linguaggio del “pane al pane”; nella seconda parte è subentrata la sceneggiata dell’ambasciatore israeliano a Roma convocato da Tajani per riceverne le scuse. Il fatto essenziale resta che la delegazione è entrata in una zona vietata – chi l’ha deciso signora Meloni? – ed è fuggita in modo un po’ scomposto e poco onorevole per arditi petti schierati per i diritti umani.

Come è un fatto che la superficialità (?) di chi guidava la delegazione ha permesso la messa in scena di una Meloni che bacchetta Netanyahu e i Contlein che si ergono ad uso dei tg in difesa degli amici di Hamas, nel giorno stesso della morte di un giovane italiano, combattente accanto ai soldati ucraini, il cui eroismo non merita alcuna furiosa polemica tra governanti ed oppositori, non essendo previsto dai sondaggi filopacifisti e filopalestinesi.

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