

di Alfio Mancini
Nel teatrino tragicomico della sinistra italiana, Giuseppe Conte si è ormai cucito addosso la toga del giudice supremo del progressismo. Aule e codici non servono: basta una diretta Facebook, una conferenza stampa, un sopracciglio inarcato, e la sentenza è servita. Sul banco degli imputati, Matteo Ricci: assolto. Le motivazioni? Irrilevanti. Quello che conta è che con lui si può andare avanti nella recita delle regionali, utile passerella in vista del vero trofeo: le Politiche.
Nel frattempo, Beppe Sala, il sindaco simbolo di una sinistra moderata e amministrativa, viene impacchettato e spedito fuori scena. Dimissioni d’ufficio, sentenzia Conte, con il tono solenne di chi crede davvero che la sua sia la vera voce legittimata dal popolo. Elly Schlein, invece, applaude. O meglio, si sventola la fronte sudata per la paura di vedere sbriciolarsi l’alleanza con il M5S, fragile bastione della sua segreteria.
Il suo tentativo di “fagocitare” il Movimento, risucchiando i voti perduti con una linea di sinistra iper-radicale, si sta rivelando una commedia dell’assurdo. Il PD, invece di risorgere dalle sue ceneri, si dissolve come zucchero in acqua ogni volta che Conte prende parola. Il partito che fu di Zingaretti, Letta e Bersani oggi, anche grazie a loro, è ostaggio di un leader che in confronto a Elly sembra Metternich.
Conte non ha bisogno di consultazioni interne o primarie: lui decide. Stabilisce chi è candidabile e chi va rottamato, chi è puro e chi impresentabile. E nel farlo, guadagna il plauso silenzioso di una base che, smarrita tra vocazioni europeiste e sogni di rivoluzione green, si rifugia nel paternalismo pentastellato.
Il dato grottesco è che il M5S vale, in termini elettorali, la metà del PD. Ma chi comanda è lui. È Conte che tiene in mano la bilancia dei meriti e delle colpe, e a ogni uscita pubblica lascia intendere che senza di lui, la sinistra non va da nessuna parte. La segretaria dem lo segue, zoppicando, illudendosi di poter trasformare la sudditanza in alleanza.
Ma chi ha visto la campagna elettorale in corso lo sa bene: è Conte che sta giocando per vincere. Il PD, invece, gioca per non perdere la faccia. I numeri sono impietosi. Si partiva da un vantaggio schiacciante – 4 a 1 – nelle regioni. Ora si rischia un sonoro 2 a 3. Una disfatta che, paradossalmente, sarebbe accolta con un mezzo sorriso da Conte. Perché più il PD perde, più lui vince. Più Elly inciampa, più il leader M5S si rafforza.
Il prossimo passo? Prendersi tutto. Non solo i voti, ma le redini. Se la débâcle elettorale si concretizzerà, nei corridoi di Largo del Nazareno inizierà il mormorio: “Forse è ora di cambiare linea, forse è veramente Conte il nostro uomo”. E a quel punto, il Movimento non dovrà più essere fagocitato: sarà il PD a implorare l’adozione.
La tragedia politica della Schlein è tutta qui: nata per rifondare il PD, finirà per consegnarlo mani e piedi al suo alleato-nemico. Il partito che voleva ricostruire si sta trasformando in un satellite pentastellato, con la benedizione dei populisti in giacca e cravatta.
E mentre Conte si gode il ruolo di statista illuminato, Elly si limita a reggere il microfono, sperando che almeno la prossima conferenza stampa la veda protagonista. Ma i verdetti del tribunale di Conte non lasciano spazio ai ricorsi. E stavolta, la sentenza è già scritta: colpevole di ingenuità, condannata all’irrilevanza.
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Sono tutte ‘na mandate ‘e chiaveche. Infatti, l’unico del PD dalle mani pulite e dal credo del “fare” hanno sempre, e con ogni mezzo, cercato di isolare. Questi meschinelli non hanno capito che, facendo fuori lui, hanno perso anche l’enorme fascia di elettorato che lo sosteneva. Viva l’Italia da non confondere con Italia viva…