

di Peppe Papa
Schlein ha definitivamente ceduto la leadership della sinistra (di centro, neanche a parlarne) al funambolo Giuseppe Conte, capo del M5S, che lei e i suoi compiacenti capataz del Pd – il solito fronte catto-comunista – pensavano di fagocitare.
Alla fine, l’ha spuntata l’“avvocato del popolo”, che si prepara, perché è nelle cose, a rivendicare pure la leadership della coalizione che sfiderà Meloni e il centrodestra nel 2027 (se non prima). Ingenua, la segretaria dem, a pensare di affidare il “programma”, evocato da Conte nell’intervista al Corriere della sera che ha fatto tanto rumore, al capo dei Cinquestelle e tenere per sé la poltrona di Palazzo Chigi. Incredibile il ragionamento, ma pare proprio sia così.
Conte, del resto, ha già assunto i toni del generale. Nell’intervista al principale quotidiano italiano ha ammonito: “Non basta arrivare a Chigi: dobbiamo assicurare stabilità con un progetto serio, evitando un governo che si sfaldi come accadde con l’Unione di Prodi”. Tradotto: comando io. E Schlein ha sottoscritto, così come ha fatto e sta facendo su tutti i principali temi di politica interna e internazionale
Gli accordi sulle regionali sono l’emblema di questa resa: compiacenza totale al condottiero Movimentista e ai cacicchi locali che aveva promesso di eliminare con un colpo di spugna. Risultato? Grottesco. Dalla “soluzione Fico” in Campania al caso paradossale della Puglia, con il candidato designato Antonio De Caro che pretendeva di liberarsi non solo del suo stesso padrino politico Michele Emiliano, ma persino dell’ingombrante ritorno in scena di Niki Vendola, ripescato in quota Avs.
E poi gli esteri: il filo-putinismo pentastellato, benedetto dall’ideologo del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che spinge per una resa di Kyjiv. Una breccia nel Pd, dove si balbetta e si cincischia, incapaci di reggere la prova dell’Aula. Mercoledì scorso alla Camera, mentre i droni russi sorvolavano la Polonia e l’Europa era in preda allo sgomento, lo spettacolo è stato deprimente.
Pd, M5S e Avs hanno detto la stessa cosa: no all’aumento delle spese militari al 5% del Pil, come chiede la Nato. Schlein si è giustificata invocando l’esempio del premier spagnolo Pedro Sánchez – l’unico leader socialista europeo a frenare sul riarmo – segno ulteriore che la ragazza proprio non ce la fa a sentirsi una leader autonoma. Per non farsi troppo male, si è astenuta sui testi radicali del duo Fratoianni-Bonelli e dei grillini, salvo poi votare contro la mozione di Azione, più atlantista.
Un segnale flebile, quasi impercettibile, che il Pd non sia totalmente rassegnato alla palude di un’alleanza a trazione Conte, è arrivato dai riformisti: Lia Quartapelle, Marianna Madia e Lorenzo Guerini (con Fassino assente) hanno rifiutato di astenersi e votato contro i testi di Avs e M5S. Poco, molto poco, soprattutto se continua questo andazzo. Ma “il coraggio – come confessò don Abbondio a quel ‘sant’uomo’ del cardinale Borromeo – uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.