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Riformisti italiani: la diaspora dei senza patria

Una volta erano la coscienza critica della politica, il laboratorio delle idee, l’avanguardia modernizzatrice. Oggi, invece, sono ridotti a comparse in un teatrino dove il sipario cala sempre troppo in fretta

di Vittorio Keller

Che fine hanno fatto i riformisti italiani? Una volta erano la coscienza critica della politica, il laboratorio delle idee, l’avanguardia modernizzatrice capace di disturbare il manovratore senza distruggere la macchina. Oggi, invece, sono ridotti a comparse in un teatrino dove il sipario cala sempre troppo in fretta.

Renzi, che almeno fiuta l’aria, ha deciso di virare a sinistra. Ma non per convinzione, bensì per pura sopravvivenza: meglio fingersi centrista in una coalizione che va dal Pd ad Avs, passando per i sempre ineffabili Cinquestelle di Giuseppe Conte. Un’operazione che assomiglia più a un gioco delle tre carte che a una visione politica. Eppure, “solo lui poteva immaginarselo”, sospira un ex renziano con lo sguardo perso tra un sondaggio e un tramezzino alla buvette.

Calenda, invece, perso nel suo ego continua a incarnare lo snobismo del primo della classe: sempre pronto a spiegare a tutti come si fa, salvo poi oscillare da una parte all’altra senza decidere se vuole fare il capo di un partito o il predicatore itinerante del buon senso. Per ora si accontenta di difendere quel misero 3% che lo tiene in piedi. Ma attenzione: se cambiano la legge elettorale, rischia di ritrovarsi a fare il commentatore televisivo fisso, ruolo che, peraltro, gli calzerebbe a pennello.

Marattin gioca alla politica in proprio, con il suo micropartito personale, nella speranza di un futuro ministero delle Finanze. Un’ambizione più che legittima, certo, ma che somiglia a un curriculum inviato a un’azienda che non assume più da anni. Intanto si posiziona in quella terra di nessuno tra Renzi e Calenda, producendo la perfetta ricetta dell’irrilevanza.

E il Partito democratico? Qui la situazione è ancora più deprimente. A Roma i riformisti prendono solo schiaffi: Schlein non ha tempo né voglia di offrire spazi, figuriamoci dignità politica. “Altro che partito open”, si sente mormorare nei corridoi del Nazareno. Gli unici tre che hanno avuto un sussulto – Quartapelle, Madia e Guerini – lo hanno fatto votando diversamente dal diktat di Elly e Braga. Piccolo segnale, ma pur sempre un sussulto vitale.

Paradossalmente, a Bruxelles i riformisti pesano di più: Tinagli, Gori, Gualmini, Picierno combattono con più energia di quanto non facciano i colleghi nazionali. Là, dove si decide la partita economica e industriale del continente, hanno voce. Qui, invece, arrancano, come se il Pd fosse diventato un albergo dove agli ex riformisti viene riservata solo la stanza più rumorosa, vicino all’ascensore.

Il problema vero, però, è che non riescono nemmeno a discutere. La Direzione del Pd non si riunisce da febbraio: un record che farebbe impallidire perfino un condominio litigioso. Nel frattempo, i riformisti restano sospesi, in attesa che accada qualcosa. Ma la politica, si sa, non aspetta: chi resta fermo, sparisce. E i voti non aspettano nemmeno loro: se gli elettori riformisti – quelli che ancora resistono per inerzia – si stancano definitivamente, sarà notte fonda.

Fuori onda, captato in Transatlantico: “Qui non si tratta di vincere, ma almeno di esistere. Che poi, a guardarsi allo specchio, non è detto che convenga davvero…”. Un altro, più velenoso: “I riformisti italiani oggi sono come la foglia di fico: servono a coprire, non a incidere. Ma la differenza è che la foglia almeno cresce su un albero. Loro, no.

Il tempo stringe. I riformisti dovrebbero tornare a fare ciò che un tempo riusciva loro meglio: elaborare idee, sfidare le rendite di posizione, smontare le ipocrisie. Invece continuano a litigare tra loro, a coltivare sogni personali, a calcolare strategie da retrobottega. Così facendo, rischiano di diventare un reperto museale della politica italiana: interessante da studiare, inutile da votare. Perché il punto, alla fine, è questo: i riformisti esistono ancora, ma nessuno se ne accorge. Forse nemmeno loro.

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