

di Annalisa Pinto
Il voto nelle Marche di questo fine settimana sembra un test regionale. In realtà è un referendum interno al Partito Democratico. Sul nome di Matteo Ricci – candidato del “campo largo” e sindaco con reputazione da amministratore concreto – si gioca molto più della semplice alternanza con il centrodestra di Francesco Acquaroli. In gioco c’è il destino della segretaria Elly Schlein e l’ennesimo capitolo della telenovela dem: progressisti contro riformisti, sinistra identitaria contro liberal pragmatici, il Nazareno contro i corridoi di Bruxelles.
La trama è semplice: se Ricci perde, si apre il vaso di Pandora. E non di quello elegante da talk show: parliamo di un contenitore ribollente di rancori, veleni e regolamenti di conti. Se invece vince, la tregua regge qualche giorno in più, fino alla prossima occasione utile per una stilettata.
In Direzione nazionale, Schlein ha invocato l’unità con toni da leader spirituale più che da segretaria di partito. “Restiamo compatti”, ha ripetuto, sapendo bene che il patto è di cartapesta. Già si sentono tintinnare i bicchieri del dopo-sconfitta, quando la minoranza si ritroverà per dire: “Ve l’avevamo detto”.
La segretaria lo sa: i riformisti sono pronti a rompere gli indugi. Non è più un bluff. La data è fissata: 24 ottobre, Milano, nuovo cenacolo liberal. In campo Guerini, Picierno, Gori, Quartapelle e altri, determinati a sancire il divorzio definitivo da Stefano Bonaccini. Lui, con la sua franchezza emiliana, li ha già liquidati: “riformisti da salotto”.
La novità vera è che i riformisti hanno trovato un nuovo nume tutelare. Non più Bonaccini, troppo “provinciale e logorato“, ma Paolo Gentiloni, ex premier e commissario europeo con pedigree internazionale. È lui, con un articolo su Repubblica, a tracciare i contorni della nuova area: serietà di governo, affidabilità istituzionale, distanza dal movimentismo radical. In altre parole, il manifesto del Pd che fu, o di quel che i riformisti vorrebbero che tornasse a essere.
Che la riunione arrivi pochi giorni dopo la Leopolda di Renzi non è casuale. Il centro della sinistra ribolle: Renzi, Bonaccini, Gentiloni, Schlein. Ognuno con il suo club, la sua narrazione, i suoi adepti. Manca solo un arbitro, ma il ring è affollato.
Tutto, però, passa per le Marche. Ricci non è un candidato qualsiasi: rappresenta l’esperimento del “campo largo”, l’idea che Pd, M5S e satelliti possano allearsi per sfidare la destra meloniana. Se perde, cade l’assunto politico di Schlein: che unire le sigle basti a vincere. E allora le critiche diventeranno mitragliate.
Gli avversari interni già lucidano le lame: campagna debole, messaggio confuso, programma troppo radicale. “Non ascolta nessuno, decide da sola” è il mantra che circola. Ogni percentuale di scarto contro Acquaroli sarà tradotta in un’accusa contro la segretaria.
Per ora, i riformisti si tengono bassi. Non vogliono passare per sabotatori a pochi giorni dal voto. Ma hanno già pronto il calendario: Milano il 24, nuova Direzione subito dopo, Gentiloni come garante, Bonaccini relegato a critico solitario. “Con Schlein è tregua” dicono, ma con il tono di chi aspetta solo che finisca l’armistizio. In pubblico sorrisi, in privato sms acidi. Nelle chat dei parlamentari circolano battute: “Se vince Ricci, brindiamo con l’acqua minerale; se perde, con lo champagne”. In ogni caso, si brinda.
Il Pd resta il partito più bravo d’Italia a trasformare ogni vittoria in una lite e ogni sconfitta in un pretesto per una scissione. Schlein, col suo profilo da outsider radical, e i riformisti, con il loro eterno ritorno all’ordine centrista, recitano lo stesso copione da anni. Cambiano i protagonisti, restano le risse.
Per ora, il destino della segretaria passa da Ancona e Pesaro. Non da Roma o Bruxelles. Una regione di mezzo diventa spartiacque nazionale. È la maledizione dem: anche le Marche possono diventare la Stalingrado interna del partito.
Fino a lunedì sera, tutti tacciono. Poi, a seconda dei risultati, scatterà la querelle. Ricci vincerà? Allora Schlein resiste e i riformisti si lamentano a bassa voce. Ricci perderà? Allora Gentiloni si prepara, Guerini si organizza, Gori rialza la testa e la segretaria sarà accerchiata. Il Pd, in fondo, non è mai cambiato: correnti, leader dimezzati, salotti e piazze, ideali e calcoli. Un’ossessione.