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Renzi, il Centro e la sindrome della casa comune che non c’è

Il leader di Iv in campo con l’intenzione di non fare la comparsa, non recitare la parte del centrista di servizio. Vuole il ruolo da protagonista. E in questo gioco rischia di bruciare i ponti tanto con la sinistra quanto con i moderati

di Peppe Papa

Matteo Renzi è tornato in campo con il suo solito passo felpato ma rumoroso: dire che non mette veti, per poi piazzare condizioni che assomigliano a veti al quadrato. Le sue vere intenzioni? Non fare la comparsa, non recitare la parte del centrista di servizio. Vuole il ruolo da protagonista. E in questo gioco rischia di bruciare i ponti tanto con la sinistra quanto con i moderati.

Renzi lo ripete: il “Centro” deve diventare il motore del futuro. Ma il Centro, in Italia, è sempre stato più un’evocazione che una casa reale. Italia Viva, Azione, +Europa, cespugli vari: tutti pronti a parlarsi, nessuno pronto a cedere il volante. E Renzi al volante ci si vede benissimo, a prescindere dalle dimensioni della macchina.

Il paradosso è che l’idea di riunire il Centro sembra plausibile sulla carta, e pure utile elettoralmente, ma appena si passa ai simboli, alle leadership, ai posti in lista, esplode il solito tutti contro tutti. Così la “casa comune” resta una sorta di B&B stagionale.

Dentro Italia Viva non è poi tutto rose e fiori, c’è chi storce il naso. Luigi Marattin e altri dirigenti hanno preferito addirittura mettersi in proprio. Campo largo sì, ma con chi? Con Conte, con la sinistra radicale? Per loro sarebbe un tradimento genetico. E allora Renzi si trova a fare il doppio mestiere: convincere fuori, ma anche tenere insieme all’interno, la Leopolda di inizio ottobre proprio a questo è dedicata.

Il nodo più spinoso resta il rapporto con il Pd di Elly Schlein. La segretaria dem punta tutto sul “campo largo”: includere Pd, M5S, sinistra e pezzi di centro. Una coalizione il più ampia possibile per provare a scalfire il dominio di Meloni. L’idea è chiara: da soli non si vince. Ma il prezzo è alto: se Renzi entra, Conte esce; se Conte resta, Renzi frena.

E qui spunta il nome di Paolo Gentiloni. Figura rispettata, europeista, con un profilo istituzionale che piace a molti. Viene evocato come possibile federatore, una leadership sobria capace di tenere insieme il campo. Ma lui non scalpita: non ha l’aria di chi vuole imbarcarsi in una campagna permanente, e Schlein non intende certo farsi scavalcare. Gentiloni resta un jolly nel mazzo per il momento più che il candidato naturale.

Intanto Schlein deve muoversi su un crinale stretto: rivendicare identità di sinistra, ma senza chiudere ai centristi. Parlare di lavoro, ambiente e diritti, ma senza far scappare gli elettori moderati. Ogni apertura a Renzi rischia di incrinare la fiducia con i grillini; ogni chiusura, invece, di indebolire il fianco liberal, sottraendo forza al campo largo.

La verità è che il centrosinistra naviga con due bussole diverse: da un lato Renzi, che vuole un centro competitivo e autonomo; dall’altro Schlein, che punta a una coalizione larga ma guidata dal Pd. In mezzo Conte, che non sopporta Renzi e teme di restare fagocitato. Risultato: tutti parlano di unità, nessuno la pratica davvero.

Alla fine, la sensazione è che Renzi non accetterà mai di fare il gregario. Se c’è Gentiloni, ci sarà solo a patto di un ruolo garantito. Se c’è Schlein, proverà a piegarla a compromessi. Se c’è Conte, la convivenza sarà impossibile. Un gioco che può funzionare nei palazzi romani, ma rischia di fallire nelle urne.

Il Pd di Schlein, intanto, non può permettersi di perdere tempo. I sondaggi dicono che il fronte “testardamente unito” funziona meglio del Pd da solo. Ma gli elettori non premiano le sigle, vogliono una visione chiara. Se il messaggio diventa “stiamo insieme solo perché ci conviene”, l’effetto boomerang è assicurato.

Conclusione caustica: Renzi vuol fare il regista, ma ha solo metà della troupe. Schlein vuole il campo largo, ma rischia di trovarsi a giocare a calcio con tre palloni diversi. Gentiloni è il nome che tutti evocano, ma che nessuno vuole davvero candidare. E il famoso Centro? Più che una casa comune, per ora resta un condominio litigioso, con l’amministratore che vuole comandare e i condomini che non pagano le spese.

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