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Campania, l’agonia del centrodestra: un “trolley” di candidati e il rumore assordante del vuoto

Le regionali si avvicinano a passo di carica e l’unica cosa che la coalizione di governo riesce a offrire al popolo campano è un infinito toto-candidato

di Vittorio Keller

Se c’è un’immagine che descrive alla perfezione la pantomima del centrodestra in Campania, è quella di un viaggiatore perennemente in ritardo che trascina un trolley pieno di nomi vuoti in cerca di un binario che non esiste. Le regionali si avvicinano a passo di carica e l’unica cosa che la coalizione di governo riesce a offrire al popolo campano è un infinito toto-candidato, un reality show estenuante dove i protagonisti cambiano a ogni titolo di giornale.

Iannotti Pecci non ne vuole sapere? Giustamente. Immaginate il Cavaliere del Lavoro, uno abituato alla concretezza dei bilanci, trovarsi invischiato in questo festival del “forse“, del “si vedrà“, del “ma chi gliel’ha fatto fare“. La sua smentita non è un rifiuto: è una elegante, quanto sferzante, presa di distanza da un circo politico che non riesce a trovare la quadra. E così si torna al solito carosello.

Cirielli, il Viceministro con la valigia pronta. Fratelli d’Italia lo spinge, lui per disciplina di partito dice “ci sono già“, ma la coalizione mormora: “meglio un civico“. Questa è la prova che la compattezza sbandierata a Roma si scioglie come neve al sole di Napoli, trasformandosi in una guerra di posizionamento. L’uomo di partito, forte dei sondaggi interni, viene subito messo in discussione in nome di un fantomatico “civico” che dovrebbe risolvere magicamente i veti incrociati.

Insomma, un paravento per nascondere la vera incapacità: quella di esprimere un leader riconosciuto in grado di potersi giocare la partita in Campania. Sarebbe forse per loro troppo complicato da gestire. E allora ecco spuntare Lorito, il Rettore della Federico II, figura autorevole e stimata. Un nome “super partes” che però, proprio per la sua autorevolezza, rischia di finire stritolato tra gli ingranaggi di una macchina che non vuole leader, ma solo portatori d’acqua buoni a incassare i voti.

Il sospetto è che si cerchi un nome di prestigio da immolare, un cartellone pubblicitario di lusso per coprire i buchi del programma politico. Ed è per questo che è spuntato il nome del Prefetto di Napoli, Michele Di Bari. La mossa del Prefetto, la figura istituzionale per eccellenza, è il segnale più inquietante. Quando un partito di maggioranza deve ricorrere a un uomo delle Istituzioni, a un servitore dello Stato, per tappare il vuoto della propria classe dirigente, significa che la politica ha fallito su tutta la linea.

Non si candidano i Prefetti perché non si trova un politico: si candidano i Prefetti quando si ha la paura matta di presentare la propria faccia e il proprio programma. È l’ammissione esplicita che i politici in campo, quelli “loro“, non hanno la credibilità necessaria.

Ci sarebbe, infine, anche Mara Carfagna che farebbe carte false pur di essere candidata, ma l’assoluta contrarietà di Antonio Tajani è un ostacolo insormontabile. È così che, mentre il centrosinistra, con tutte le sue contraddizioni, ha già un volto e una rotta, il centrodestra in Campania è ancora al primo atto della farsa.

La vera “crisi” non è la mancanza di nomi, ma la mancanza di coraggio e visione. Un’intera coalizione di governo che non riesce a partorire un candidato dopo mesi di trattative non è in difficoltà: è in agonia politica. E la Campania, francamente, merita di meglio di questa interminabile estrazione del lotto. Quale sarà il prossimo nome a essere bruciato sull’altare dei veti interni? E soprattutto, basterà un “civico” a coprire il rumore assordante di questa incertezza?

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