

di Vittorio Keller
C’è qualcosa di sublime – e al tempo stesso tragico – nello spettacolo della politica italiana. Da un lato Giorgia Meloni, premier abile nel trasformare ogni polemica in un’arma di distrazione di massa. Dall’altro, Maurizio Landini, il sindacalista che voleva incendiare le piazze e finisce per regalare alla presidente del Consiglio il miglior assist comunicativo del mese.
La parola incriminata è “cortigiana”. Pronunciata in diretta tv da Landini, subito seguita da un tentativo di correzione: “stare alla corte di Trump, essere la portaborse di Trump”. Peccato che, in politica, il primo colpo è quello che resta impresso.
E Meloni, che di comunicazione vive e respira, non si lascia sfuggire l’occasione: parte il post su X, tono indignato, rivendicazione femminile, lezioncina di lessico inclusivo, e soprattutto la solita stoccata alla “sinistra moralista” che rispetta le donne solo quando conviene.
Landini, il parolaio movimentista tanto caro alla Schlein a Conte e al duo di Avs, Bonelli–Fratoianni, voleva criticare il posizionamento internazionale della premier. Risultato: ha finito per darle il destro perfetto per una narrazione tutta in rosa, dove lei, la “donna di ferro”, difende la propria dignità contro l’ennesimo insulto maschilista.
E intanto, guarda caso, nessuno parla più della legge di bilancio che scricchiola, dei malumori nella maggioranza, delle coperture ballerine, dei mal di pancia nella Lega e di una Forza Italia sempre più nervosa. Un colpo da manuale di diversione strategica: Landini accende la miccia, Meloni si prende la scena, e l’opposizione resta – come al solito – a commentare se “cortigiana” fosse un insulto sessista o un fraintendimento lessicale.
Siamo al teatro dell’assurdo. Da una parte, il sindacalista che, invece di parlare di salari, precarietà e lavoro, si infila nella trappola semantica; dall’altra, la premier che, invece di discutere di pensioni e tagli, può ergersi a paladina del rispetto e a vittima del sessismo della sinistra.
Il risultato? I cittadini, sempre più disillusi, assistono a questo circo mediatico dove la lingua sostituisce la sostanza. Le redazioni rilanciano, i talk show si nutrono del caso, i titoli gridano allo scandalo, e la finanziaria scivola in secondo piano.
Meloni, ancora una volta, si dimostra un’animale politico di razza. Riesce a trasformare l’attacco in difesa, la polemica in consenso, l’offesa in campagna elettorale. Mentre Landini, Schlein e Conte si scambiano solidarietà e interpretazioni, lei detta l’agenda. In fondo, la politica italiana vive di questo: un teatrino dove le parole contano più dei fatti, e i fatti scompaiono dietro l’eco delle polemiche.
Meloni for President, verrebbe da dire – non per ironia, ma per constatazione. Perché in questa commedia dell’ipocrisia, dove la sinistra cade puntualmente nelle trappole che si costruisce da sola, e la destra è abile a orchestrarli con disinvoltura, la premier non solo guida il governo: guida la narrazione, l’opposizione e pure il dibattito pubblico. E il Paese? Continua a discutere di niente, mentre la realtà, quella vera, resta ai margini del palcoscenico.