

di Peppe Papa
Ci risiamo. Ancora una volta il vizietto di cambiare la legge elettorale da parte della maggioranza di governo, a ridosso della scadenza naturale della legislatura, si ripresenta con puntualità quasi svizzera. Non è una novità nella storia repubblicana: quando si avvicina il momento del giudizio delle urne, la tentazione di intervenire sulle regole del gioco diventa irresistibile.
Come una sentenza già scritta, è scattata l’operazione per tentare di cambiare le carte in tavola e far tornare i conti. L’argomento ufficiale è sempre lo stesso: garantire governabilità, stabilità, chiarezza del mandato popolare. Quello ufficioso, secondo le opposizioni, è più semplice: evitare sorprese e blindare il risultato.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha smentito la consuetudine. Prima ha lanciato il centrodestra nella sfida referendaria sulla magistratura, terreno simbolico e identitario. Poi ha aperto il fronte del sistema elettorale, una sorta di surroga del semi-presidenzialismo. Il sogno nel cassetto, per ora accantonato. Nel frattempo, si ragiona su altro: via i collegi uninominali, ritorno alle liste bloccate, premio di maggioranza robusto. Forse troppo robusto, al punto da apparire costruito apposta per essere respinto dalla Corte costituzionale.
L’idea di un premio “spropositato” riapre ferite non ancora rimarginate. La memoria corre inevitabilmente alla stagione dell’Italicum e alle sentenze della Consulta. Cambiare le regole a fine corsa rischia sempre di apparire come un atto di forza, più che un atto di riforma condivisa.
La reazione dell’opposizione è stata immediata. Naturale la levata di scudi, con toni che si sono fatti via via più aspri. Qualcuno ha parlato addirittura di golpe, evocando uno strappo istituzionale. Parole forti, forse eccessive, ma indicative del clima. Da qui all’estate si preannuncia una stagione infuocata, particolarmente bellicosa.
Il dibattito rischia di polarizzarsi ulteriormente, trasformando una questione tecnica in una battaglia identitaria. Eppure, nella politica italiana, nulla è mai davvero definitivo. Potrebbe succedere di tutto. Anche che i due schieramenti, dopo settimane di schermaglie, trovino un accordo. Una sorta di compromesso che salvi la faccia a tutti.
Un’intesa che consenta alla maggioranza di rivendicare il cambiamento e all’opposizione di evitare lo strappo. Non sarebbe la prima volta che, dopo il fragore degli annunci, prevale la logica del tornaconto reciproco. La storia recente è piena di riforme nate tra accuse reciproche e poi stemperate in mediazioni parlamentari.
La legge elettorale, del resto, è sempre stata terreno di scambio e di equilibrio instabile. Un film già visto. Bisogna tornare al 1993, anno spartiacque. Il furore referendario travolse il sistema proporzionale puro e consegnò il Paese a una stagione maggioritaria. Il referendum promosso da Mario Segni aprì la strada al cosiddetto Mattarellum. Da allora, ogni tornata elettorale ha avuto una declinazione diversa del maggioritario.
Il bipolarismo sembrava la soluzione a tutti i mali della Prima Repubblica. Alternanza, chiarezza, governi più stabili: queste le promesse. Ma l’Italia non è mai diventata davvero un Paese bipolare. Le coalizioni si sono aggregate più per necessità aritmetica che per autentica affinità politica. Gli italiani, in fondo, sono affezionati solo alla mamma. Le appartenenze rigide e le ammucchiate forzate non scaldano i cuori.
Ognuno pensa per sé, e il pluralismo resta una cifra strutturale del nostro tessuto politico. In trent’anni abbiamo visto alternarsi formule diverse, ogni volta con la promessa di aver trovato l’equilibrio definitivo. Ogni volta con l’insoddisfazione di fondo che riemergeva alla prova dei fatti.
A questo punto la domanda si impone inevitabile: è stata davvero una buona idea liquidare su due piedi il proporzionale puro? Quel sistema che, pur tra mille ‘affanni’, aveva garantito cinquant’anni di prosperità economica e crescita sociale. Certo, i governi cadevano spesso. Ma la continuità dell’azione politica era assicurata dai partiti e dal Parlamento.
Oggi, invece, la ricerca ossessiva della governabilità ha prodotto esecutivi comunque fragili. Le maggioranze si costruiscono prima del voto, ma si sfaldano dopo. Il pluralismo naturale della società italiana si scontra con la forzatura di un bipolarismo artificiale. Forse bisognerebbe tornare all’antico. Non per nostalgia, ma per realismo istituzionale.
Rimettere al centro la Politica, quella vera. Restituire al Parlamento il ruolo di luogo sovrano dove si formano le maggioranze. Un proporzionale corretto, con soglie di sbarramento ragionevoli, potrebbe garantire rappresentanza e stabilità. Le alleanze nascerebbero alla luce del sole, dopo il voto, sulla base di programmi e convergenze reali.
L’Assemblea parlamentare tornerebbe a essere il cuore pulsante della democrazia, non il semplice ratificatore di accordi preconfezionati. In fondo, la sovranità popolare si esprime lì. Non nelle alchimie elettorali costruite a tavolino. Forse il vero coraggio riformatore sarebbe questo: smettere di cambiare le regole a ogni scadenza e accettare la complessità del pluralismo italiano. Perché la stabilità non si impone per legge. Si costruisce dentro la cultura politica di un Paese.