

di Vittorio Keller
Carlo Calenda fa il veggente, gli è chiaro come andrà a finire alle prossime elezioni politiche e immagina per sé e il suo partito un ruolo centrale da salvatore della patria.
“Nessuno riuscirà a raggiungere la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza – ha confidato in un’intervista a Repubblica – Avremo un Vannacci meno forte di quel che si pensi fuori dall’alleanza di centrodestra, il filorusso Di Battista fuori dal centrosinistra e il nostro polo liberaldemocratico. Sarà una corsa a cinque in uno schema di proporzionale puro: alla fine l’unica strada sarà formare in Parlamento un governo europeista che abbia un baricentro centrale”.
Naturalmente, questo baricentro sarà guidato senza discussione da lui, che si vede al centro della scena mentre il resto della politica si affanna a chiedergli il permesso di entrare in maggioranza. Nel suo schema, tutto torna alla perfezione: il Pd, Fi sponda Marina Berlusconi, i centristi disseminati nei due schieramenti e, naturalmente, la sua personale armata liberaldemocratica composta da Pina Picierno, dalla fondazione Einaudi e dai libdem di Luigi Marattin, i quali, dettaglio non proprio secondario, non hanno ancora avuto modo di apprendere che sono già stati arruolati.
Resta fuori, perché anche qui la profezia è chiarissima, Matteo Renzi, destinato a perdere consensi proprio a vantaggio suo. Una previsione che richiede una certa dose di fantasia, soprattutto considerando la storia recente dei rapporti tra i due e la capacità di Azione di trasformare ogni possibile alleato in un ex alleato.
È un sogno ad occhi aperti, ma bisogna riconoscere a Calenda almeno una qualità: la straordinaria sicurezza con cui riesce a raccontarlo. La Politica si sa non è il suo forte, ma la rappresentazione di sé certamente sì. È la cifra di una sorta di mitomania politica coltivata con metodo: Calenda distribuisce con generosità patenti di incompetenza, inaffidabilità e incoerenza a chiunque abbia la sventura di dissentire da lui, salvo poi scoprire, puntualmente, che la lista dei suoi ex amici è molto più lunga di quella dei suoi successi.
Ha litigato con Letta, con Renzi, con Bonino, con il Pd, con Forza Italia, con il centrodestra, con il centrosinistra e persino con diversi dirigenti cresciuti dentro Azione. Un talento non comune per la solitudine politica, costruita con la stessa determinazione con cui altri costruiscono alleanze. Alla fine, è rimasto praticamente solo. Ma con una consolazione: almeno non gli manca il pubblico.
Perché Calenda è onnipresente. La sua faccia è ormai una componente fissa dell’arredamento dei media quotidiani, mentre sulla Rete combatte quotidianamente guerre all’ultimo sangue contro interlocutori, avversari, ex alleati e occasionali malcapitati. Non c’è talk show nel quale non compaia, giornale che non raccolga la sua esternazione sull’universo mondo. È diventato una specie di oracolo permanente: parla di tutto, giudica tutti, corregge tutti e, soprattutto, spiega a tutti come si fa politica.
Una sovraesposizione mediatica che rischia di produrre un curioso equivoco: confondere la frequenza con la rilevanza, la visibilità con il consenso, il numero delle ospitate con quello degli elettori. Ma è proprio qui che il racconto di Calenda comincia a scricchiolare.
Perché la sua profezia elettorale non è soltanto una previsione. È, soprattutto, l’ennesima sceneggiatura nella quale lui occupa esattamente il posto che si è assegnato: quello dell’uomo indispensabile. Il Paese si divide, i grandi partiti non raggiungono il 42 per cento, gli estremi si indeboliscono, il sistema si paralizza e, come nei migliori film di Hollywood, dalle macerie emerge il protagonista: lui, pronto a salvare la Repubblica con il suo piccolo ma decisivo manipolo di liberaldemocratici.
Nel suo film si vede già a Palazzo Chigi, spinto dalle condizioni politiche che gli avrebbero spalancato un’autostrada sulla Capitale. Gli italiani, ne è convinto, amano la moderazione, cercano tranquillità, competenza, affidabilità. E chi meglio di lui, evidentemente, può incarnare tutte queste virtù? La risposta, almeno nella sua testa, è scontata.
Peccato che tra il desiderio di essere indispensabili e l’esserlo davvero ci sia di mezzo un particolare fastidioso chiamato consenso elettorale. E finora proprio quel dettaglio non ha mostrato particolare entusiasmo per il progetto calendiano.
La vera profezia, dunque, potrebbe essere molto meno generosa di quella immaginata da Calenda. Non è detto che il prossimo Parlamento abbia bisogno del suo polo per trovare un baricentro. È molto più probabile che, ancora una volta, sia il suo polo ad avere bisogno di qualcuno disposto a farlo entrare nella stanza dei bottoni.
Quanto a Matteo Renzi, l’idea di Calenda di sottrargli consensi appartiene per ora alla stessa categoria delle altre grandi certezze del veggente: quelle che funzionano perfettamente sulla carta e che hanno l’inconveniente di dover prima passare dal voto degli italiani.
Più che una strategia, insomma, sembra l’ennesimo esercizio di narcisismo politico. Con una differenza rispetto alle precedenti puntate: questa volta Calenda non si limita a raccontare quanto sia bravo. Si è già assegnato il ruolo di arbitro, kingmaker e, all’occorrenza, salvatore della patria. Gli manca soltanto un particolare: qualcuno che gli consegni la partita da giocare.
1 Comment
Renzi, grande politico, dopo che ha parlato di rottamazione dei “padroni ” del PD è stato boicottato emesso in pensione dai suoi stessi del suo partito..Comunisti ancora adesso potenti che non lo vogliono..Questo è il problema…