Sylvie Guillem, una leggenda della danza sul mare di Positano
Settembre 7, 2026

Sassonia-Anhalt non boccia il “contratto alla tedesca” di Renzi, ma gli alibi di Schlein e Conte

Matteo Renzi in occasione della terza giornata del Forum TEHA “Intelligence on the world Europe, and Italy”, a Cernobbio sul lago di Como, 6 Settembre 2026. ANSA / MATTEO BAZZI

Il documento programmatico da sottoscrivere proposto dal leader di Iv a Cernobbio, costringe i capi del “campo largo” a dire cosa vogliono davvero fare. Molto più comodo discutere del voto in Germania per non parlare del vero problema: un’alleanza senza una proposta comune è soltanto una fotografia di gruppo

di Peppe Papa

C’è sempre una Germania buona per tutte le stagioni della politica italiana. Quando serve giustificare una legge elettorale, si cita Berlino. Quando serve parlare di stabilità, si invocano i tedeschi. Quando serve spiegare come si costruisce una coalizione, improvvisamente tutti diventano esperti di Bundestag.

Ma quando dalla Germania arriva una lezione che non fa comodo, ecco che smette di essere un modello e diventa un argomento da archiviare. È esattamente ciò che sta accadendo dopo il voto in Sassonia-Anhalt. L’AfD sfonda, i partiti tradizionali arretrano e nel centrosinistra italiano qualcuno tira un sospiro di sollievo: finalmente un buon motivo per dichiarare fuori moda il “contratto alla tedesca” proposto da Matteo Renzi a Cernobbio.

Una fortuna insperata. Perché parlare del contratto significa parlare di programmi. E parlare di programmi, nel campo largo, è sempre un esercizio piuttosto rischioso. Molto meglio parlare di leadership. Di primarie. Di chi sta dentro e chi sta fuori. Di chi deve fare un passo indietro. Di chi deve fare un passo avanti. Di chi può sedersi al tavolo e soprattutto di chi deve essere tenuto lontano dal tavolo. Il programma, invece, può aspettare.

Anzi, meglio ancora: può restare sufficientemente vago da consentire a ciascuno di raccontare ai propri elettori quello che preferisce. Il “contratto alla tedesca” proposto da Renzi, al Forum TEHA/Ambrosetti ha invece un vizio imperdonabile: pretende chiarezza. Niente alleanza sentimentale. Niente matrimonio ideologico. Niente “volemose bene”. Niente fotografia di gruppo con sorrisi d’ordinanza.

Ci si siede. Si discute. Si scrive. Si firma. E poi si vota quello che è stato sottoscritto. Una cosa quasi oscena per una politica abituata a promettere tutto a tutti e a spiegare il giorno dopo le elezioni che, naturalmente, non era proprio quello che aveva detto. Il contratto, invece, presenta il conto prima. Ed è questo il suo vero problema. Perché se metti nero su bianco tasse, infrastrutture, sanità, investimenti, politica industriale, giustizia, politica estera e coperture finanziarie, improvvisamente bisogna scegliere.

E scegliere è una fatica. Soprattutto quando per anni si è campato magnificamente sull’ambiguità. Il voto di Sassonia-Anhalt, dunque, cosa dimostrerebbe? Che il contratto è morto? No. Dimostra che l’AfD è cresciuta enormemente. Dimostra che i partiti tradizionali hanno perso terreno. Dimostra che una parte dell’elettorato è furiosa. E dimostra, soprattutto, che quando la politica non riesce più a offrire risposte convincenti, qualcun ne raccoglie la rabbia.

Questa sì che è una lezione. Ed è una lezione che dovrebbe interessare parecchio il centrosinistra italiano. Che però, invece di studiarla, preferisce utilizzarla come un alibi. È la vecchia specialità della casa: trasformare un problema in una scusa per non affrontarlo. L’AfD cresce? Allora il modello tedesco è in crisi. Il modello tedesco è in crisi? Allora il contratto non serve. Il contratto non serve? Perfetto: possiamo tornare a discutere del campo largo. E finalmente ricomincia il valzer.  Schlein vuole l’unità. Conte vuole l’unità, ma alle sue condizioni. Gli altri vogliono l’unità purché non debbano rinunciare a nulla. Renzi propone di mettere le cose per iscritto. Ed ecco che improvvisamente Renzi diventa il problema. È quasi commovente.

Per anni il centrosinistra ha denunciato la destra perché non avrebbe un progetto alternativo. Poi, quando qualcuno propone di costruire quel progetto attraverso un accordo scritto, gli stessi che chiedono il programma si scoprono allergici alla programmazione. Il punto è semplice. Un’alleanza seria non nasce perché i suoi protagonisti si vogliono bene. Nasce perché condividono un numero sufficiente di obiettivi e sono disposti a sottoscriverli. Il resto è teatro. E il campo largo, finora, è sembrato soprattutto un teatro senza copione.

C’è una compagnia numerosa, ci sono molti attori, qualche capocomico e un pubblico sempre più perplesso. Manca soltanto la commedia. Anzi, quella c’è già. Il problema è che viene rappresentata da troppo tempo. Si chiama: “Siamo tutti uniti, ma prima vediamo su cosa”. Una formula geniale. Consente di stare insieme senza decidere nulla. Consente a Conte di parlare al suo elettorato. Consente a Schlein di parlare al proprio. Consente agli altri di conservare le rispettive identità. E soprattutto consente a tutti di evitare la domanda più semplice: che cosa farete il giorno dopo avere vinto?

È una domanda che un contratto renderebbe inevitabile. Ed è precisamente per questo che il contratto dà fastidio. Perché un contratto non permette di stare contemporaneamente con tutti. Non permette di dire sì alle infrastrutture e no alle infrastrutture. Non permette di promettere meno tasse e contemporaneamente più spesa senza spiegare chi pagherà. Non permette di essere europeisti a Bruxelles e poi ammiccare all’euroscetticismo in campagna elettorale. Non permette di sostenere una politica estera comune con quattro posizioni diverse. Insomma, non permette quella meravigliosa elasticità politica che consente al campo largo di essere contemporaneamente tutto e il contrario di tutto. E allora meglio parlare della Germania. È più comodo.

Si prende il risultato di un Land tedesco e lo si usa come una clava contro la proposta di Renzi. Peccato che il ragionamento faccia acqua da tutte le parti. Perché proprio la crescita dell’AfD dovrebbe suggerire ai partiti democratici di essere più seri nel costruire una risposta politica, non di rinunciare a costruirla. L’estrema destra non si sconfigge con gli editoriali indignati. Non si sconfigge con i girotondi. Non si sconfigge ripetendo per l’ennesima volta “dobbiamo essere uniti”.

Si sconfigge dimostrando agli elettori che esiste una maggioranza alternativa capace di governare. E governare significa decidere. Decidere significa assumersi responsabilità. Assumersi responsabilità significa mettere la propria firma. E qui torniamo al punto. La firma. Quella piccola cosa che terrorizza ogni politica costruita sull’ambiguità. Perché una firma rende verificabili le promesse. E una promessa verificabile è una promessa che può essere smentita dai fatti. Molto più conveniente, dunque, lasciare tutto nel magnifico regno delle intenzioni. È lì che il campo largo sembra trovarsi più a proprio agio. Il problema è che gli elettori, prima o poi, presentano il conto.

E la Germania dovrebbe insegnarlo. L’avanzata dell’AfD non è un invito a cambiare argomento. È un avvertimento. Dice ai partiti tradizionali che il consenso non è una rendita immobiliare. Dice che gli elettori possono cambiare idea. Dice che se la politica appare inconcludente, altri possono occupare quello spazio. Dice che la rabbia sociale non scompare perché una coalizione decide di non parlarne. Il “contratto alla tedesca”, insomma, non è il problema. È una possibile risposta al problema. Poi si può essere d’accordo oppure no. Si possono contestare i contenuti. Si può contestare Renzi. Si può perfino sostenere che Renzi non sia la persona più adatta a dare lezioni di metodo agli altri.

Tutto legittimo. Quello che non è serio è utilizzare il risultato di un’elezione in Germania per evitare di discutere della sostanza della proposta. Perché la domanda resta lì, ostinata e perfino imbarazzante nella sua semplicità. Se il centrosinistra vuole governare insieme, su cosa si mette d’accordo? Il resto è melina. E la melina può anche funzionare nei talk show. Molto meno nelle urne. Soprattutto quando, dall’altra parte, qualcuno ha capito che basta intercettare la rabbia, il malcontento e la paura per trasformare il fallimento degli altri in consenso proprio.

La Germania ha posto una domanda molto scomoda. Quando i partiti tradizionali perdono consenso, chi è capace di offrire una risposta? Il centrosinistra italiano potrebbe cominciare a rispondere. Oppure può continuare a discutere se chiamare quella risposta “contratto”, “patto”, “programma”, “alleanza progressista” o “campo largo”. Nel frattempo, naturalmente, il Paese aspetterà. Gli elettori un po’ meno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *