Schlein batte un colpo e il “campo largo” va in tilt
Settembre 18, 2026

Il Centro non è una terra di mezzo

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Moderazione non significa debolezza e riformismo non significa conservazione. La sfida è affrontare problemi radicali con soluzioni concrete, senza cedere alla politica degli estremi

di Gianni Pittella*

Non ho una risposta e, soprattutto, non ho la presunzione di possedere la verità. Vorrei semplicemente porre una domanda e confrontarmi con chi avrà voglia di farlo.

Perché le nostre società sembrano sempre più attratte dagli estremi? Perché, a destra come a sinistra, le posizioni radicali riescono spesso a sovrastare quelle moderate e riformiste? E perché questa radicalizzazione riguarda ormai non soltanto le idee, ma persino il linguaggio e lo stile della politica?

Forse abbiamo sottovalutato ciò che è accaduto nelle nostre società negli ultimi vent’anni. La crisi finanziaria, la pandemia, le guerre, l’inflazione, l’aumento delle disuguaglianze, l’immigrazione, la paura del futuro. A tutto questo si è aggiunta una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella capacità della politica di governare i grandi cambiamenti.

E poi c’è la rivoluzione dei social. La politica ragionata ha bisogno di tempo, spiegazioni, dubbi, mediazioni. I social chiedono invece velocità, semplificazione, contrapposizione. Vince più facilmente un’affermazione perentoria di un ragionamento complesso; un nemico da indicare di una soluzione da costruire. Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutto agli algoritmi.

Forse moderati e riformisti devono interrogarsi anche sui propri errori. Per troppo tempo hanno dato l’impressione di amministrare l’esistente invece di cambiarlo. Hanno parlato il linguaggio degli esperti quando una parte della società chiedeva protezione, sicurezza, identità, salari dignitosi e la possibilità di immaginare un futuro migliore per i propri figli.

Prendiamo l’immigrazione. Negarne i problemi è stato un errore. Ma trasformare un fenomeno epocale in uno slogan è altrettanto sbagliato. Proposte come la “remigrazione” possono apparire semplici proprio perché eliminano dal discorso tutta la complessità giuridica, economica, sociale e umana della questione. Il punto, allora, non è contrapporre alla radicalità una politica debole, timida o incapace di decidere. Moderazione non significa debolezza. Riformismo non significa conservazione.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dalla capacità di essere radicali nei problemi e concreti nelle soluzioni. Dire la verità anche quando è scomoda. Riconoscere le paure senza alimentarle. Governare l’immigrazione senza demonizzare chi arriva. Combattere le disuguaglianze senza promettere ciò che non si può mantenere. Difendere sicurezza e legalità senza rinunciare ai diritti. E soprattutto tornare ad ascoltare.

Perché una democrazia vive del conflitto delle idee, ma muore quando l’avversario diventa un nemico. Non so se questa sia la strada giusta. È precisamente per questo che vorrei discuterne. Forse il primo passo per uscire dalla polarizzazione è proprio recuperare una cosa diventata sorprendentemente rara: il dubbio, insieme al coraggio delle proprie convinzioni.

*da The Watcher Post

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