
di Serena Cirillo
Il dubbio è arrivato a luci spente, prima ancora degli applausi: chi aveva rivelato chi? La sera dell’11 ottobre, al Teatro Trianon, la rassegna di danza contemporanea ha toccato il suo punto più alto con In to Reveal, creazione di Francesco Annarumma, tra i coreografi più apprezzati del momento. Sulle musiche di Beethoven, per quarantacinque minuti, la sala ha trattenuto il respiro.
La partitura è corsa via senza una pausa e senza una cucitura visibile. Un quintetto iniziale velocissimo ha ceduto il passo a un assolo, poi a un duo femminile, a un passo a due e infine a un trio, con i quadri che si sono scambiati il testimone fino a dare l’impressione di un cerchio in chiusura. Dal punto di vista tecnico tutto è risultato molto impegnativo, e in ogni passaggio si è riconosciuto una firma inconfondibile, quella che ha fatto di Annarumma un riferimento della nuova generazione.
A reggerla sono stati sette interpreti dalle personalità molto diverse: Monica Cristiano, Raffaele Iorio, Monica L’Abbate, Sarah Nasti, Carmine Olivazzi, Martina Piscitelli e Giada Tibaldi. Il coreografo ha dato risalto a ciascuno, senza rompere l’unità di un corpo di ballo che ha richiamato l’atmosfera di una produzione da ente lirico. Ha colpito soprattutto il passo a due tra Nasti e Iorio, interprete che, per sua stessa ammissione, il lavoro del maestro ha plasmato fin nel profondo.
Il vero cuore dello spettacolo, però, è stato l’incontro tra generazioni. Il titolo ha mantenuto la promessa: Annarumma non ha raccontato una crescita, l’ha messa in atto sotto gli occhi del pubblico. Ai danzatori già formati ha affiancato i giovani dell’Arb dance, diretta da Anna Maria Di Maio, che si sono misurati con il repertorio e con il rigore di chi è in compagnia da tempo. Il palco è diventato una soglia, con l’aspirazione da un lato e il mestiere dall’altro. I più giovani hanno portato energia e fame, i più esperti disciplina e memoria; dal confronto con gli «anziani» è nata, quasi per osmosi, una crescita reciproca. Si è parlato di ciò che unisce e separa le generazioni, di responsabilità scenica, di creazione condivisa.
Per capire la lingua di Annarumma bisogna guardare ai suoi maestri: ha fuso la lezione di William Forsythe e di Wayne McGregor fino a trovare una voce propria, rigorosa, controllata, di una precisione quasi chirurgica. È un contemporaneo più narrativo che concettuale, con evidenti tracce di neoclassico, di un autore che sa quanto la forma conti nel dialogo con il corpo. L’allestimento è stato essenziale e minimalista, ma la cura dei dettagli è stata estrema: i costumi di Giuseppe Tramontano, nati sotto la stretta supervisione del coreografo, hanno suggerito un lusso moderno mai ostentato, mentre le luci hanno alternato chiari e scuri per esaltare la plasticità dei gesti. Non sorprende che le sue creazioni siano entrate, e rimaste, nel repertorio contemporaneo del Teatro dell’Opera di Roma.
Alla fine il cerchio si è chiuso, ma lasciando una porta aperta. I giovani hanno trovato in Annarumma una guida; i veterani, nei giovani, la ragione per cui si comincia a danzare. Nessuno è uscito com’era entrato. Tra gli applausi, nel buio del Trianon, è rimasta una certezza: la danza non si eredita, si rivela. E quella sera si è rivelata ancora una volta.