
di Maria Rullo
C’è una tentazione antica nello sguardo di chi osserva Napoli attraverso una macchina da presa o da fuori dalle sue mura: catalogarla. Da una parte la condanna snob per la sua mutazione in luna park gastronomico da TikTok; dall’altra la romantizzazione oleografica del vicolo incantato. Ma chi pretende di imbrigliare la città in una categoria estetica o morale sbaglia bersaglio. Nel cuore di una metamorfosi senza precedenti, Napoli non è la solita vittima passiva della turistificazione: ne è la regista, l’attrice e la scenografa.
È il cinema ad aver inseguito per primo questa ambiguità, spesso fermandosi alla superficie. In Napoli velata, Ferzan Özpetek cercava il mistero esoterico, la sensualità e la morte tra le pieghe di una scenografia barocca, cupa e sognante. Ma se nel film il “velo” era un enigma sacro e un dispositivo estetico per nascondere la verità, la realtà odierna della città è ben più cruda, terragna e pragmatica.
Oggi quel velo si è trasformato in una membrana permeabile, una maschera tattica. I Quartieri Spagnoli e la Sanità non sono più soltanto tessuti urbani, ma set permanenti dove la quotidianità si fa performance quotidiana. Fenomeni dirompenti (dalle trattorie trasformate in palcoscenici social fino ai micro-santuari profani per il culto di Maradona o dei santi di quartiere) non sono meri incidenti folkloristici. Sono la risposta di un’economia informale che ha capito, prima del cinema e delle istituzioni, come monetizzare l’immaginario globale fornendo al visitatore esattamente il “film” che chiede di vedere.
Mentre la critica e la pubblicistica mainstream si dividono tra l’allarme per lo spopolamento dei centri storici e la retorica del “riscatto culturale”, la vera drammaturgia di Napoli risiede in un registro più ambiguo. La proliferazione dei B&B, i bassi convertiti in friggitorie e la spettacolarizzazione dell’esuberanza ostentata a beneficio di camera sono forme di adattamento quasi darwiniano.
È la storica “arte dell’arrangiarsi” che ha abbandonato il contrabbando del secolo scorso per colonizzare le piattaforme digitali e l’economia delle esperienze. Quando lo Stato e i servizi pubblici latitano, dalla crisi dei trasporti all’assenza di politiche abitative, il popolo napoletano risponde riappropriandosi del proprio spazio nell’unico modo che gli è sempre riuscito: facendosi teatro, superando la finzione cinematografica.
Ridurre questa messa in scena a una semplice macchietta o a una “trappola turistica” significa ignorare la forza di un popolo che non subisce il turismo, ma lo addomestica. Certo, i rischi di una monocultura che inghiotte il pensiero critico e marginalizza una metropoli contemporanea ed europea ci sono tutti. Ma c’è anche una vitalità sotterranea: una nuova generazione di artisti, musicisti e intellettuali che convive con questo folklore spinto, usandolo talvolta come scudo, talvolta come materia prima da decostruire sul grande schermo e nella vita reale.
Ma ogni grande spettacolo ha un prezzo, e a pagarlo sono spesso gli stessi abitanti. Dietro la regia di questa reinvenzione collettiva si nasconde infatti il lato d’ombra della turistificazione: sfratti invisibili, affitti alle stelle e interi quartieri svuotati della loro anima residenziale. Per chi a Napoli ci vive e lavora, trovare un’abitazione è diventato un’impresa titanica, spingendo le famiglie storiche verso le periferie e trasformando la vita quotidiana in una merce rara. È il grande dilemma del presente: vendersi per sopravvivere ha davvero senso se lungo la strada si smarrisce la propria essenza? Il rischio, tutt’altro che cinematografico, è che a forza di recitare la parte di sé stessa ad uso e consumo dei visitatori, la città finisca per sfrattare il suo stesso popolo dal palcoscenico.
Eppure, sollevare il velo su Napoli, oggi, non significa ripulirla per renderla simile a una qualsiasi capitale gentrificata d’Europa o rassegnarsi a vederla trasformata in un museo a cielo aperto. Significa riconoscerle la dignità della complessità. Proprio come nella visione di Özpetek, la città resta un luogo irriducibile che gioca con i propri stereotipi per non farsi mangiare da essi: sospesa tra la tentazione di vendersi al miglior offerente e la capacità incrollabile di rimanere, sotto quel velo, ferocemente sé stessa.