
(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
di Vittorio Keller
Il campo largo di Bettini: tutti dentro, compreso Renzi, Ucraina neutrale e basta armi. Il direttore di Rinascita, kingmaker del centrosinistra e fine burattinaio dalemiano, ha anche aggiunto che le primarie vanno bene, sì, ma non a due, perché sarebbe deleterio, e che è assolutamente prioritario non perdere di vista il principale obiettivo, che è quello di battere Giorgia Meloni.
Insomma, il solito Bettini, niente di nuovo: la consueta stucchevole difesa – questa volta in un’intervista a Repubblica – dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, che considera un po’ una sua creatura. Non a caso, proprio Giuseppe Conte, a proposito delle primarie, ha sposato pienamente il suo suggerimento, così come ha cominciato ad «ammorbidire» la posizione sugli aiuti agli ucraini: la “mediazione si trova”, ha garantito.
A sentire lui, il centrosinistra avrebbe finalmente trovato la formula magica per liberarsi del governo di destra: imbarcare chiunque, celebrare primarie possibilmente affollate, mettere sotto lo stesso tetto europeisti e sovranisti mascherati da pacifisti e, soprattutto, convincere gli ucraini che, dopo quasi cinque anni di guerra, il modo migliore per garantirsi un futuro tranquillo sia rinunciare a decidere liberamente del proprio destino. Un programma niente male. Soprattutto per Vladimir Putin, che potrebbe ritrovarsi servito, su un piatto d’argento, una parte delle condizioni che non è riuscito a imporre con i carri armati.
Naturalmente, Bettini si guarda bene dal presentarla in questi termini. È un maestro nell’arte di confezionare le contraddizioni dentro eleganti ragionamenti politici, trasformando le incompatibilità in sfumature e le capitolazioni in esercizi di realismo. Il tutto con quella solennità da vecchio saggio della politica che dispensa consigli dall’alto di un’esperienza consumata soprattutto nel tessere alleanze, costruire equilibri e suggerire strategie agli altri.
Sulle primarie, ad esempio, il suo ragionamento sembra persino ragionevole. «Francamente penso sia importante evitare il confronto a due», ammonisce, riferendosi all’eventualità che la partita per la leadership del centrosinistra si riduca a un duello tra Elly Schlein e Conte. Bisogna lasciare spazio, sostiene, anche a quei «democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti».
E infatti, miracolo dei miracoli, nel campo largo di Bettini trova posto perfino Matteo Renzi, da anni bersaglio privilegiato delle ostilità grilline e delle manovre di quanti, nel centrosinistra, avrebbero preferito vederlo politicamente esiliato. «Perché abbiamo bisogno di tutti e nessuno può assumersi la responsabilità di dire no, di fronte a una prova così decisiva come la costruzione dell’alternativa alla destra», spiega il grande tessitore.
Parole sacrosante. Peccato che arrivino dopo anni trascorsi a coltivare un’idea di alleanza nella quale il M5S avrebbe dovuto rappresentare il perno imprescindibile, mentre i riformisti erano considerati, nel migliore dei casi, ospiti da tollerare e, nel peggiore, intrusi da accompagnare alla porta. Adesso, invece, tutto fa brodo. Anche il senatore fiorentino. Purché nessuno pretenda di «rafforzare la propria mattonella», avverte.
Ma il vero capolavoro politico del cosiddetto “thailandese” arriva quando si passa dalla geometria delle alleanze alla guerra in Ucraina. Qui il raffinato architetto del campo largo smette di giocare con le caselle elettorali e comincia a spostare, con disinvoltura, quelle della geopolitica.
«Abbiamo fatto benissimo ad aiutare Kyjiv dopo l’aggressione criminale di Putin», premette. Una dichiarazione rassicurante, quasi un certificato preventivo di fedeltà alla causa ucraina. Subito dopo, però, il discorso cambia musica e i principali imputati diventano le «classi dirigenti di Bruxelles», accusate di aver evocato la «vittoria finale sulla Russia, persino mettendo in conto un conflitto atomico».
Boom, un’accusa enorme, lanciata senza indicare con precisione chi avrebbe sostenuto una simile prospettiva. Ma poco importa. Nell’universo bettiniano la responsabilità della prosecuzione del conflitto sembra scivolare progressivamente dalle spalle dell’aggressore a quelle di chi cerca di impedire che l’aggressione venga premiata. Il ragionamento è di quelli che meritano di essere incorniciati: «Io dico sosteniamo la difesa dell’Ucraina, però no alle armi per una guerra infinita». Una ricostruzione che rischia di trasformare la resistenza dell’aggredito nel principale ostacolo alla pace. Buona però a tranquillizzare l’avvocato di Volturara Appula.
Il culmine, però arriva con la ricetta diplomatica: «Una Ucraina neutrale, che la Russia non senta come una minaccia esistenziale. Dunque, fuori dalla Nato e dentro l’Ue». Una soluzione apparentemente equilibrata, quasi elegante nella sua semplicità, ma mefistofelica. Coincide, infatti, almeno nella parte relativa alla Nato, con una delle principali pretese strategiche del Cremlino.
Certo, nessuno può ragionevolmente sostenere che la guerra debba continuare all’infinito. E nessuno può negare che una soluzione negoziale sia auspicabile. Ma esiste una differenza sostanziale tra cercare una pace che garantisca la sicurezza dell’Ucraina e immaginare una pace costruita soprattutto per soddisfare le esigenze strategiche della Russia. Ed è proprio questa differenza che rischia di scomparire nel grande laboratorio politico di Bettini.
Che, tra l’altro, dovrebbe cominciare a chiedersi anche che cosa accadrebbe il giorno dopo un’eventuale vittoria. Perché mettere tutti insieme per conquistare Palazzo Chigi è già un’impresa complicata. Pretendere di governare con una politica estera che deve piacere contemporaneamente a Renzi, Conte, Schlein e magari persino a chi condivide le ricette di Salvini e Vannacci rischia di diventare un’impresa impossibile.
E allora, più che un campo largo, quello immaginato da Bettini somiglia a un gigantesco armadio nel quale stipare tutte le contraddizioni, sperando che nessuno apra le ante prima del voto. Con una differenza non trascurabile: mentre a Roma si discute di primarie e di alleanze, a Kyjiv non si vota per scegliere il leader del campo largo. Si combatte per continuare a scegliere liberamente il proprio futuro.