
di Serena Cirillo
Più di un secolo dopo il debutto dei Ballets Russes sul palco del Costanzi, nel 1911, il Teatro dell’Opera di Roma torna a omaggiare Sergej Djagilev con un trittico che ne raccoglie l’eredità senza indulgere alla nostalgia. Tre coreografie lontane per epoca e linguaggio, tre modi di pensare il rito, il corpo e la maschera, in scena fino all’8 novembre con l’Orchestra diretta da Andrew Litton. Il programma porta la firma di Eleonora Abbagnato, direttrice del Corpo di Ballo, e ha il merito di una drammaturgia chiara: dall’allusione alla deflagrazione, passando per la maschera. Non una celebrazione di maniera, dunque, ma un dialogo vivo con la stagione che a Roma, più di cent’anni fa, cambiò il modo di intendere la scena.
Si comincia con Afternoon of a Faun di Jerome Robbins, assente da Roma da ventidue anni. Il lavoro, del 1953, sposta nella quiete di una sala prove il gesto che nel 1912 Vaslav Nijinskij aveva reso scandaloso, e ne conserva il nucleo: due corpi, uno specchio immaginario affacciato sulla platea, un desiderio che non viene mai dichiarato ma appena sussurrato. Marianna Suriano, prima ballerina, è una Ninfa tutt’altro che oggetto dello sguardo: schiva, lucida, padrona del proprio spazio, capace di incrinare il narcisismo del compagno, Andrea D’Ottavio. Rinuncia a ogni virtuosismo esibito per abitare pose angolari e profili piatti, con un erotismo trattenuto, quasi animale, e una lentezza che si fa tensione. Il celebre finale, il gesto più audace dell’intera coreografia, è giocato con una misura che ne custodisce l’ambiguità senza cedere all’effetto: ne esce un classico del Novecento che respira ancora, e che oggi parla con voce nuova. Assistenti alla coreografia J.P. Frohlich e Hervé Moreau; scene e luci di Jean Rosenthal, costumi di Irene Sharaff.
Cambio netto di temperatura, dal sussurro al nervo scoperto: con Petruschka di Marco Goecke, creato nel 2016 sulla partitura di Igor Stravinskij. Il burattino delle fiere russe, sospeso tra finzione e realtà, diventa un corpo percorso da scosse nervose, in una scrittura aspra e vibrante che chiede ai danzatori precisione assoluta. Giacomo Castellana è un Petruška fragile e tormentato, la cui rabbia impotente non perde mai musicalità. Federica Maine firma una Ballerina elegante e sfuggente, leggera e ambigua insieme. Alessio Rezza dà al Moro una sensualità imponente, mentre Claudio Cocino trasforma il Mago in un burattinaio magnetico: sguardo che incatena, mani che sembrano tirare fili invisibili, fascino e minaccia in perfetto equilibrio. È il pannello del trittico in cui la tecnica si converte più direttamente in emozione, e l’intero cast lo affronta con un abbandono totale: un’interpretazione corale che resta addosso a lungo dopo l’uscita dal teatro.
Chiude Pina Bausch con Le Sacre du printemps: un palcoscenico coperto di terra, una comunità sopraffatta dalla paura, una giovane donna scelta per il sacrificio. Dopo l’esordio a Caracalla nel 2025, il titolo approda al Costanzi con la ripresa curata da Clémentine Deluy, Jorge Puerta Armenta, Eleonora Abbagnato e Damiano Ottavio Bigi. Rebecca Bianchi, étoile al rientro dopo la maternità, è un’Eletta di urgenza autentica: la tecnica resta al servizio del gesto e ogni movimento sembra nascere dal respiro e dal suolo. Gli applausi finali, lunghissimi, hanno premiato anche il suo ritorno. Si fanno notare anche Mattia Tortora, potente e preciso, presenza solida e animalesca che non smette mai di ascoltare il gruppo, e Gabriele Consoli, che si getta nella coreografia con un’energia contagiosa e un’evidente concentrazione.
Per Abbagnato, che il Sacre l’ha danzato a vent’anni e poi a quaranta, ritrovandolo ogni volta come la prima, è un «titolo unico nel suo genere»: non un semplice spettacolo, ma un percorso fondamentale per la formazione dell’artista. La serata le dà ragione, e racconta quanto il passaggio di testimone tra generazioni sia ormai un metodo, non un’eccezione. Il Costanzi, con questo trittico, mostra una compagnia matura, capace di passare dal sussurro di Robbins alla ferocia di Bausch senza smarrire la propria identità: la prova che le scelte coraggiose di questi anni stanno costruendo, a Roma, una vera casa per la grande danza. E il vero omaggio a Djagilev, forse, è continuare a rischiare.