

A novanta giorni dalla maxi retata dei carabinieri a Napoli con 140 persone finite in manette è ripresa alacremente l’attività nelle tradizionali piazze di spaccio.
di Arnaldo Capezzuto
Sono trascorsi appena tre mesi dai clamorosi blitz condotti dalle forze dell’ordine contro gli opifici della droga a conduzione familiare. L’impressione è che tutto sia maledettamente tornato uguale a se stesso. Nei vialoni labirintici del Rione Traiano, quartiere Soccavo, periferia occidentale di Napoli, e al Pallonetto di Santa Lucia, cuore della città che si affaccia sul lungomare liberato, proprio a quattro passi dalla sede della Regione Campania, c’è il solito via vai. C’è l’imbarazzante naturalezza e banalità del male: tutto avviene alla luce del sole, come ai bei tempi. Ci sono i capannelli degli acquirenti in attesa della merce, le immancabili sedie agli angoli delle viuzze, le vedette che come spettri appaiono e scompaiono, il ‘check point’ agli imbocchi degli incroci: giusto per buttare l’occhio e capire se sei sbirro, i pali per dare la voce, i ‘pony espress’, pronti a rifornire i punti di smercio delle modiche quantità e ancora i ragazzini che fingono di giocare, solo per occupare pezzi di territorio e fare ammuina a mò di distrazione. All’ora di pranzo sbuca l’incaricato delle colazioni. E’ in sella allo scooter e comincia il giro per distribuire la marenna. Insomma, dopo novanta giorni dalle maxi retate che hanno portato dietro le sbarre complessivamente 140 persone e per la prima volta, com’è successo al Pallonetto di Santa Lucia, il Tribunale di Napoli sul modello di quello calabrese ha sospeso la potestà genitoriale con minori tra i 3 e i 14 anni sottratti ai nuclei familiari e affidati a case famiglia, è massicciamente ripresa l’attività di vendita al dettaglio degli stupefacenti. Se la profonda azione di contrasto e bonifica operata dalla magistratura e forze dell’ordine aveva temporaneamente interrotto e smantellato le ‘piazze di spaccio’, adesso nelle strade e nei vicoli dei ‘quartieri-Stato’ il lavoro è ripreso a ritmo serrato. Come documentano le carte delle inchieste dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia partenopea l’approvvigionamento, la preparazione, il confezionamento e la vendita di ogni tipo di droga a Napoli spesso coinvolge interi nuclei familiari. Con la dicitura : ‘stare ind ‘a povere’ indica un vero e proprio modus operandi che coinvolge sempre più ampi strati marginali della popolazione partenopea. Una catena di montaggio, veri opifici organizzati di stampo fordista dove ogni componente della famiglia compresi nonni, nipoti, figli anche minorenni e parenti acquisiti è impegnato con uno specifico ruolo nell’intrapresa imprenditorial-criminale per offrire prodotti di buona qualità a prezzi contenuti, concorrenziali e in sicurezza. Ai clienti importanti sono riservati sconti, offerte e servizi come il recapito delle dosi a domicilio. Nel corso degli interrogatori ciò che ha colpito i magistrati è stata la non percezione del reato o quanto meno la linea di continuità generazionale nell’esercizio di ciò che si configura come ormai un mestiere artigianale: c’è le fasi di lavorazione della sostanza e poi il confezionamento a cui è legato una sorta di terziario cioè l’organizzazione dello smercio nelle sue infinite declinazioni compreso quello affidato all’esercito dei babyspacciatori. Appena qualche settimana dopo gli arresti, i carabinieri nel rivedere i filmati catturati da una serie di microtelecamere piazzate lungo i vicoli a ridosso del Pallonetto di Santa Lucia, un tempo ex roccaforte dei contrabbandieri di sigarette, notavano una scena che si ripeteva di continuo e aveva sempre gli stessi protagonisti. C’era una ragazzina di 17 anni alla guida di uno scooter che si trascinava la sorellina di appena 7 anni. Come in una via crucis quotidiana passavano di vicolo in vicolo, di negozio in negozio, di abitazioni in abitazione dove lasciavano piccoli pacchettini. Uno spaccio porta a porta impresso nei filmati dei militari dell’Arma.
Quando i carabinieri sono andati a casa per prendere la 17enne, la ragazzina ha tenta la fuga. Comportamento che le forze dell’ordine avevano previsto e quindi preventivamente circondato l’edificio ma l’adolescente nonostante tutto ha provato lo stesso la fuga: è scappata sul balcone, ha scavalcato la ringhiera e si è infilata in una abitazione disabitata. Li ha atteso, nascosta, sperando che i carabinieri andassero via, ma era solo una illusione nonostante le scene strappalacrime e da sceneggiata interpretate dai parenti nel vicolo, la ragazzina sapeva con pragmatismo e conoscenza che era questione di tempo, soltanto una manciata di ore la separavano ormai dal carcere minorile di Nisida. Se al Palonnetto di Santa Lucia per almeno venti anni ha dominato e domina la famiglia- clan Elia, al Rione Traiano impera, dopo aver vinto sanguinose guerre di camorra, la paranza dei Puccinelli così come a Ponticelli detta il proprio verbo i vincenti De Micco e intanto a Scampia ci sono gli scissionisti, a Secodigliano gli scissionisti degli scissionisti mentre nei rioni Forcella, Sanità e Quartieri Spagnoli è un susseguirsi di precari equilibri criminali ecco che intatto appare nella sua tragicità quel “Governatorato criminale”, così definito oltre trent’anni fa dal giudice Corrado Guglielmucci. A questa cartolina dell’orrore che affonda le sue radici nei mostri urbanistici e nell’orrore dei palazzoni monoblocco dei quartieri-fortini occorre aggiungere i dati agghiaccianti della dispersione scolastica che già a partire dalla scuola dell’infanzia conta oltre 1100 bambini scomparsi dai radar dell’istruzione elementare e altrettanti adolescenti che neppure giungono alla licenza media. Le ‘paranze dei bimbi’, i baby killer dall’ideologia non dissimile ai kamikaze Isis ed i piccoli boss già atteggiati a capo supremi di puliscolari gruppi criminali sono i sintomi di una malattia ben più grave e conclamata di interi pezzi di popolazione che in pochi anni è regredita in una spirale medievale senza speranza con addosso l’indifferenza di una borghesia grassa e la crisi gravissima e inedita di istituzioni mute che girano lo sguardo altrove.