

di Giancarlo Tommasone
L’eventualità della scarcerazione di Totò ‘u curtu da qualche settimana divide opinione pubblica, familiari delle vittime di mafia e finanche esponenti della magistratura. E’ successo che la Cassazione ha aperto alla possibilità di concedere gli arresti domiciliari a quello che viene comunque ritenuto tuttora il capo dei capi di Cosa Nostra. Salvatore Riina, 86 anni, è stato arrestato a gennaio del 1993 e da allora costretto al carcere duro sotto i dettami del 41bis. Nei giorni scorsi la Cassazione ha accolto la richiesta dell’avvocato di Riina, Luca Cianferoni, che aveva invocato per il suo assistito il differimento della pena o la detenzione domiciliare perché il boss sarebbe gravato da diverse patologie. La Cassazione ha dunque aperto alla possibilità che Riina possa abbandonare il carcere perché anche lui ha “diritto a morte dignitosa”. Senza volerci addentrare in tortuosi sentieri moralistici e semantici sul significato di parole come pentimento (sentimento che non ha mai sfiorato il ‘viddano’), diritti, dignità e uguaglianza, cerchiamo di affrontare la questione con pragmatismo e chiediamoci soprattutto una cosa: Riina è ancora un pericolo per la Nazione? Oltre ad essere considerato il simbolo della mafia, quale messia dell’anti Stato, può continuare ad avere, un vecchio di 86 anni, il ruolo di ‘puparo’ all’interno dell’organizzazione che lo ha incoronato imperatore e che tanti lutti addusse agli italiani? In molti hanno abbandonato questa metrica per considerare i fatti, scegliendo quella sensazionalistica che urla allo scandalo per la scarcerazione di uno che ha deciso di uccidere Falcone, Borsellino e ha ordinato di sciogliere un bimbo nell’acido, solo per citare alcuni reati per i quali è stato condannato. Ma forse, a parte il peso simbolico e nefando che è giusto dare a Riina, bisogna scegliere in nome della ragione. Lo Stato non può andare contro i dettami sul garantismo imposto dalla Costituzione e qui torniamo al diritto a morte dignitosa, ma d’altro canto non può permettersi di mostrare il fianco a un nemico acclarato e al pericolo, nel caso in cui il vecchio di 86 anni, lo sia ancora. Cadremmo nella accidentata dimensione che caratterizza anche il pentitismo se si ragionasse di pancia, come avvenne per il famoso permesso premio all’allora collaborante Giovanni Brusca. Chiediamoci allora se Riina è lucido, se il suo carisma non sia esaurito, se possa in un modo o in un altro anche minimamente giocare il ruolo da protagonista. Chiediamoci quale effetto possa avere la sua eventuale scarcerazione sulla leadership in fieri di Cosa Nostra, su quel così tanto pubblicizzato attuale vuoto di potere (?) a Corleone, paese ritenuto da tutti centro nevralgico della mafia. Lo Stato è chiamato a una decisione difficile, elaborare e mostrare il lutto in maniera immediata e sensazionale come fu, con tutte le differenze e le proporzioni del caso, per l’esposizione del corpo di Mussolini nel ’45 in piazzale Loreto, oppure scegliere di seguire le regole su cui si fonda. In un caso o nell’altro ha commesso una mossa falsa, quella di aver dato ancora una volta voce a un uomo e a un caso che avrebbero dovuto forse spegnersi silenziosamente, come è stato fatto con Provenzano e con tanti altri pericoli per la Nazione. L’impressione, ma non è dietrologia, è che il clamore sia stato innescato ancora una volta ad hoc per distrarre l’opinione pubblica. Da cosa, ce ne potremmo accorgere a breve.