

di Piero Porreca
Ormai suona come una resa! Nel corso dei secoli gli abitanti della Serenissima Repubblica di San Marino hanno resistito ai tentativi di invasione da parte dei Malatesta e dei Montefeltro, dai desideri di annessione dello Stato Pontificio, fino a raggiungere la loro indipendenza, vecchia ormai di oltre 300 anni, ma alla fine, oggi, hanno dovuto capitolare di fronte al collasso del proprio sistema bancario, tanto da aver chiesto aiuto ad investitori sauditi.
In questi giorni, come le agenzie di stampa riportano, un gruppo arabo è presente nel piccolo stato e sta negoziando il suo ingresso nel Credito Industriale Sanmarinese (CIS), una entità bancaria entrata, come la maggior parte delle sei banche della piccola repubblica, in una crisi economica senza precedenti. Per anni la piccola enclave nel centro Italia, è riuscita a rimanere a galla grazie alla scarsa trasparenza del suo sistema bancario: anonimato, assenza di IVA, uso diffuso di assegni al portatore, società con tipologia fiscale ultralow, … alcune delle sue esche capaci di attirare clienti da tutto il mondo ma in particolare dalla vicina Italia. Un paradiso fiscale a pochi passi da Rimini.
Nel suo periodo d’oro, all’inizio di questo secolo, i suoi 35.000 abitanti hanno goduto di un reddito pro capite di circa 53.000 euro, con un incremento di ricchezza tra il 2000 e il 2008 del 116%. In questo periodo le attività finanziarie del paese erano quasi 10 volte il PIL , il che già indicava una certa fragilità di fondo. E in effetti il giocattolo si è rotto velocemente complici i ripetuti condoni fiscali del vicino governo italiano e le pressioni subite in ambito internazionale per rendere trasparente il proprio sistema fiscale e bancario. E voilà… in men che non si dica e i soldi sono presto spariti mettendo fine al loro modello economico. E in meno di dieci anni, il piccolo paese ha perso un terzo della sua ricchezza, più della Grecia.
Oggi San Marino partecipa alle convenzioni OCSE in fatto di scambio di dati fiscali e non è considerato più un paradiso fiscale, ma le conseguenze economiche sono state disastrose. Il PIL del paese è diminuito dal 2008 del 30%, più della Grecia. Per la prima volta nella storia recente San Marino ha subito una fuga di capitali: i depositi bancari , a causa di politiche di investimento poco sagge, sono diminuiti a livelli tanto bassi da accendere la spia dell’emergenza. L’importo dei crediti non esigibili è salito a 2miliardi di euro, di cui tre quarti sono di clientela non residente nel piccolo stato. Gli stress test effettuati sulle banche di San Marino hanno dato risultati preoccupanti: solo una banca su sei ha superato il test.
Per ricapitalizzare il sistema urgono circa 500 milioni di euro. Il Governo del Monte Titano nel frattempo si è subito affrettato di affermare pubblicamente che “tutti i titolari di conto possono essere sicuri che non perderanno un soldo”.
Ed qui è dove gli investitori mediorientali entrano in gioco. In primo luogo si è parlato di un interesse del Qatar (ma a causa della crisi diplomatica in atto nella penisola arabica c’è stato un cambio di cavallo in corsa), dopo degli Emirati Arabi Uniti. Infine, un gruppo saudita, ancora non identificato, è in procinto di entrare in una delle banche sanmarinesi e porre rimedio alla situazione iniettando capitali freschi. Ma l’invasione araba non finisce qui. I sistemi bancari sappiamo ormai che sono organizzati in una logica come quella dei vasi comunicanti, e le banche sanmarinesi non fanno eccezione, infatti sono molto legate tra di loro, tanto che nei crediti e nei debiti della CIS sono coinvolte altri soggetti come la Cassa di Risparmio di San Marino, che potrebbe entrare a far parte di questo schema di acquisizioni estere, e una terza banca, Asset Banking, che è in liquidazione. Insomma il vento per gli investitori del Medio Oriente nella piccola Repubblica soffia a favore. Vale anche ricordare che il presidente della Banca Centrale di San Marino, è Wafik Grais, un’ economista egiziano (ma anche cittadino svizzero) specializzato in finanza islamica, e il governo vede di buon occhio l’arrivo di capitali dall’estero, tanto che ha ribadito la necessità di “aprire il mercato ai grandi investitori stranieri. Interesse strategico è quello di creare opportunità per incoraggiare le grandi banche o grandi fondi per investire nel sistema bancario di oggi”. La Repubblica ora mira a diventare un centro finanziario ad alto valore aggiunto, con capacità di competere con gli altri attori globali.
Per finire il governo riconosce che negli ultimi anni c’è stata una “gestione poco accorta e molto distratta nelle pratiche internazionali “. Una dichiarazione molto ipocrita per ovviare di dire che “l’economia di San Marino era basata su sistemi illegali “andata avanti proprio grazie alla bonaria e tacita accettazione di tutti gli organi di controllo e gestione istituzionale. Tanto che solo nel 2016, con notevole e colpevole ritardo, la Giustizia è intervenuta sulla questione. Si è atteso molto per vederla in azione con sequestri di merci e valori frutto di operazioni di pulizia di denaro o di contrabbando. Oppure come nel gennaio di quest’anno, dove il tribunale ha congelato 70 milioni di euro, denaro maleodorante di corruzione nascosto nella Repubblica da soggetti vicini all’attuale presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso. Ma gli errori e le furbizie prima o poi si pagano e infatti ora il “Titano” se ne va Allah!