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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: terza puntata

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.

Grillo, 52enne  vigile urbano di Napoli senza vocazione, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la terza puntata del suo:

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”

 

3 settembre

 

Caro Gianni, poiché la tua principale occupazione sembra essere quella di screditarmi per affermare la tua personalità, in realtà debole e inconsistente, vorrei spingerti verso una semplice riflessione. Le opinioni che pubblicizzi impudicamente in giro sono quanto di più fragile abbiano potuto creare i residui del tuo intelletto, ormai logorato da circonvoluzioni che hanno distrutto il tuo senso critico. Sei un piccolo pettegolo dispettoso, contento solo quando i pettegoli, tuoi pari, vaneggiano. Al solo pensiero di mostrarti, per apparire, perdi la testa. E parli a vuoto.

Ho voluto scriverti queste poche righe per evitare, nello sfortunato caso mi capitasse di rivedere la tua brutta faccia, di causarti qualche mutilazione permanente. Perché – è bene che tu lo sappia – in qualsiasi momento avrò occasione di reincontrarti, troverò il modo di procurarmi un qualsiasi corpo contundente per dimostrarti che i dolori del corpo procurano sofferenze analoghe, e a volte superiori, a quelle dello spirito.

 

5 settembre

 

Mentalizzare. Io ho mentalizzato. Così, senza pudore, con molta disinvoltura, questa donnina ha cercato di esprimere una miriade di concetti utilizzando un solo verbo. E’ questo ciò che mi disorienta: l’affezionarsi ad una parola nel tentativo di sintetizzare un’esperienza complessa che, in fondo, rimane sempre oscura. Eppure lei insiste. Non ho potuto interromperla. Se lo avessi fatto mi sarei sentito fuori luogo, un essere spregevole che improvvisamente mette in discussione un ordine del mondo, una sistemazione che – a fatica, forse – è costata anni di sacrificio.

Mentalizzare, è inutile perdere tempo, non significa assolutamente nulla. Forse, volendo impegnarmi in uno sforzo interpretativo, ci potrei anche arrivare. Sprecherei però parte della mia esistenza che, anche senza la presenza di un tale quesito, è già di per sé sufficientemente ingarbugliata.

 

6 settembre

 

Ogni volta mi tocca ripetere la stessa storia. Parlare con qualcuno, condividere quella che chiamano esperienza, è un lavoro snervante. Recitare meccanicamente, stupire con il più pedantesco dei racconti la vittima predestinata, è il passatempo coatto a cui mi spinge la mia natura morbosa. E così mentre snocciolo il frutto degli accadimenti, l’amico occasionale gioca di rimessa e prova a mischiare e a confondere la sua vita con la mia. “E’ vero anch’io mi sono trovato a dover…”. Ma come è possibile? Mi vanto di essere unico, irripetibile ed ecco che un tale, un maniaco, non c’è dubbio – si perde in un mare di illazioni. Non è sufficiente essere razionali, bisogna ancorarsi alla precisione scientifica: io non sono te, tu non sei me. Congruenza, identità sono concetti approssimativi, manifestazioni patologiche del gregarismo (altro termine con il quale si indica il principio di realtà).

Condividere, compatire, compenetrare, compiangere, concreare, condirigere….Tutto quello che potrei essere è già ipotecato, concesso in usufrutto a quanti credono di aver perso qualcosa e si sentono in diritto di reclamarlo. Quando posso non mi tiro indietro, posseggo tutto in abbondanza. Vorrei però dare senza ricevere. I regali me li faccio da solo.

 

21 settembre

 

Oclocrazia, che raro vocabolo. Certo, non è alla portata di tutti, eppure l’umanità senza nome, senza età, senza sesso è concentrata in esso e per quanti sforzi faccia l’individuo per tirarsi fuori dal pantano statistico, si ritrova a dover nuotare nelle futili convinzioni della probabilità più alta: essere nulla per sfuggire al nulla. Con il corpo invincidito dalla battaglia quotidiana, anche lo spirito si infeltrisce e diventa calcolo puro – talmente pesante da costringere all’immobilità totale.

Io sono una pietra destinata a diventare macigno. Non cammino, non striscio: posso solo rotolare. Nella mia corsa senza freni travolgo chiunque mi si pari davanti, mosso da un disegno stragista. Ma, sebbene lo scopo sia solo quello di causare un minuscolo big bang, non creo alcun universo perché al traguardo c’è solo un enorme buco nero. Massa, masse, folle, folli.

 

28 settembre

 

Franca e Renato hanno un passato da tossicodipendenti. Lo si intuisce dai ragionamenti sconclusionati, dall’incedere caracollante, discinetico, dalle bottiglie di birra divenute protesi della mano destra. Hanno superato la fase critica dell’oblio perenne per entrare in quello della convalescenza a lungo termine.

Già si conoscevano, ma quel passato è parte di un’altra vita. Adesso che si sono ricongiunti hanno deciso addirittura di fidanzarsi e, come tutte le coppie che procedono con sistematicità alla reciproca esplorazione sentimentale, si impegolano in piccole scaramucce amorose. Schermaglie innocenti di cui una piccola percentuale è frutto di reminiscenze adolescenziali, il resto è sintomo incalzante del morbo di Alzheimer.

Quando sono giù di corda mi metto alla ricerca dei due colombelli – pronto a scarpinare per qualche chilometro. Se non sono abbarbicati come una molecola di Dna, è segno che la tempesta è prossima. I prodromi dello scontro imminente li intuisco da frasi smozzicate, dal protendersi belluino dei menti. Cosa mi succede in quel momento è difficile spiegarlo: un’euforia diffusa che mi potrebbe indurre a saltare come un tarantolato se non fossi pronto a mascherare tutte le emozioni, a comprimerle con un pranayama degno di uno yogi d’importazione.

 

2 ottobre

 

Quattrocento euro mensili per  un appartamento di due stanze collocato in una periferia che, prima o poi, diventerà centro. Erano animati da buone intenzioni i miei genitori, credevano nell’evoluzione, nel progresso costante, scevro da crisi. Ad incarnare quello che poi si è rivelato il loro disincanto, ci ha pensato il sottoscritto: accidioso nella forma, iperattivo nella sostanza. Dall’esterno nulla che lasci presagire una motilità dell’animo; e allora come dargli torto se nella loro travagliata esistenza si sono dovuti chinare al capezzale del loro figliolo scambiato erroneamente per un vegetale? Corpo inerte, refrattario a qualsiasi galvanizzazione.

Questo è il linguaggio di media complessità semantica per ricordare quello che mio padre più semplicisticamente, ma con toni esasperati, mi ripeteva di continuo: “La verità è che non vuoi fare un cazzo! Morirai di fame!”. Ed io? Neanche una risposta, una simulazione psicoattitudinale per provargli che non ero e non sono una spora. Sporadico forse sì. Ma chi – anche con un quoziente intellettivo tale da provocare una crisi mistica anche tra i membri della più corrotta commissione d’esame – non ha conosciuto la discontinuità?. “Mostra, facci vedere quello che sei in grado di fare”. Lo hanno ripetuto fino alla morte, poverini…Dopodichè stanchi di infierire su un catatonico, aizzati da parenti e amici ad includermi nelle fila dei cloni nei quali, per fatalità, il cervello non si era riprodotto, i miei genitori hanno deposto le armi. E aperto il salvadanaio. I loro risparmi mi hanno rivelato che sono incline alla contemplazione; forzata, ma pur sempre contemplazione.

 

5 ottobre

 

Un sogno ricorrente sta rovinando il mio sonno. Vedo apparire dal wc, dall’acqua stagnante, un animale non ben definito. A prima vista sembra il muso di un topo ma, a ben vedere, è un becco che fuoriesce dal pantano della tazza.

Non so precisamente di quale volatile si tratti ma l’istinto onirico mi suggerisce l’immagine di una papera – cucciolo d’ oca – che cerca di emergere dall’acqua impregnata di urina.

Ho chiesto chiarimenti, non avendo dimestichezza con la psicologia del profondo, sul significato simbolico di questa apparizione. Uno studente del primo anno della facoltà di filosofia (con indirizzo dal nome impronunciabile) mi ha fornito alcune indicazioni  sommarie,  a mio parere, poco attendibili.

La tazza del wc sarei io.  La papera, il mio spirito che cerca di librarsi verso altre dimensioni che non sono – ovviamente – di natura terrena.

Una delusione. I numeri corrispondenti non possono neanche giocarmeli al lotto.

Portano male.

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