

di Lia Haramlik De Feo
Alla fine Napoli mi fa l’effetto di una bolla piena di fumo di cannabis, dove ogni emozione è spaventosamente amplificata: se stai bene sei felicissima, se stai male stai malissimo. Ma tanto, proprio.
Fossi una turista ne sarei estasiata: bellezza, cibo magnifico, bei prezzi, colore etc. Ma per me non è così.
Che a Napoli avessi una famiglia, e di quelle ben complicate, mi era chiaro. Figuriamoci se non lo ho presente. Ma ci sono problemi con cui si convive, che non sono colpa di nessuno e che, magari, si prova anche ad alleviare. E poi ci sono i problemi con cui non si può e non si deve convivere. L’aggressività arrogante di individui che il caso ha voluto che ti fossero parenti stretti, tipo.
Ora, certo, tutti hanno parenti odiosi ma non per questo la gente fugge dalla propria città. Ma Napoli amplifica le percezioni, appunto.
E una cattiveria inutile e gratuita detta davanti a un’insalata si trasforma come se ti fossi fumata mille canne, dicevo, e quell’accento strascicato ti appare odioso e volgare come la parlata di un camorrista, una smorfia ti appare come il ghigno di un delinquente, dietro una reazione incongruente avverti un baratro che forse è follia, e di quelle cattive. Potrebbe essere un piccolo episodio, ma qualcosa ti dice che è invece un tuffo in sabbie mobili da cui non c’è uscita.
E, da quel momento, quell’accento – che poi è anche il mio – non lo sopporti più, quella gestualità ti appare violenta, quella smorfietta tipica vorresti cancellarla dalla faccia della gente. E magari provi anche a resistere e a farti passare queste amplificazioni irrazionali della percezione, ma in fondo già sai che te ne devi solo andare.
Io ho resistito due giorni. Poi, davanti a un caffè in un bar, mi sono chiesta: “Ma che ci faccio, qua?”. Ho guardato gli orari dei treni sul cellulare, ho pagato il caffè e sono andata da un taxista che era lì vicino: “Senta, in un’ora e dieci ce la facciamo ad andare a Posillipo a prendere una borsa e poi alla stazione?”
Sono arrivata in stazione che mancavano tre minuti alla partenza del treno. Mi sono buttata nel treno che mancava mezzo minuto. Ho premuto il tasto “Paga il biglietto” un secondo prima che le porte si chiudessero.
Poi sono sprofondata nella poltrona del Frecciarossa ed ero così grata al cielo di stare partendo, di stare lasciandomi quell’orrore alle spalle, che manco lo so spiegare.
Voglio la cittadinanza genovese.
Voglio essere insignita dello stemma del Sacro Ordine degli Adoratori del Basilico a Foglia Piccola.
Lo indosserò sul petto.
Genovesi, vi toccherà tenermi. Io qua mi ci incateno, non me ne vado più.
Dovevo essere impazzita, scusatemi.