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Signori, contrordine: il turismo uccide le città!

di Piero Porreca

Il turismo ormai sta cambiando abitudini e volto alle nostre città, e già da più di una parti si sono alzate proteste a volte anche con toni un po’ violenti. Ma perché? Cosa sta accadendo? I problemi, come al solito, nascono da mancata pianificazione e regolarizzazione, di un fenomeno, il turismo, sempre ambito, ricercato e coltivato ma giunto con un boom improvviso. Il fenomeno è infatti esploso negli ultimi anni, grazie all’affitto di case con formula B&B e i viaggi low cost, così che il numero dei viaggiatori  è arrivato a cifre impensabili solo pochi anni fa.

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo l’anno scorso ci sono stati 1.235 milioni di viaggiatori per turismo, nel 1995 sono stati 536 milioni, nel 1970 hanno viaggiato 250 milioni di persone, e nel 1950 erano solo 25 milioni… un incremento esponenziale che sta portando masse sempre più grandi di persone non omogenee nei centri storici delle città. Oggi il fenomeno è talmente fuori controllo che non mancano sindaci e amministratori che in azzardati slanci di fantasia, sarebbero disposti a vedere vestiti con abiti d’epoca i propri cittadini, trasformandoli in attori di una grande commedia sull’enorme palcoscenico della città, tutto pur di incrementare il numero di presenze turistiche. Eh già! Perché è tutta una questione di numeri… Numeri come visto che consolidano l’industria del turismo di anno in anno tanto che è ormai considerata un contributo fondamentale per la propria ricchezza, infatti già oggi rappresenta mediamente il 10% dei PIL locali, e la tendenza è al rialzo.

Ma non è tutto rose e fiori, il turismo è un prodotto complesso che può essere buono o cattivo, questo dipende dai governi e dalle loro politiche, oltre che dalle decisioni di ciascuno di noi. Innanzitutto bisogna considerarlo come un prodotto di consumo e come tale bisogna che sia consumato, meglio se in maniera responsabile e sostenibile per preservare il mondo, proprio come con il cibo o l’energia. Sembra semplice ma invece è un settore da maneggiare con estrema cura, i rischi sono tanti, soprattutto sociali, e guai a sottovalutarli, i problemi possono diventare dei veri e propri focolai difficili da spegnere, c’è bisogno quindi di attenzione, di soluzioni e di idee sane.

Il primo grande pericolo, già in atto, è la trasformazione delle città in mondi disumani, luoghi irreali, ricchi di artificiosità e falsità, con la conseguenza che quello che è stato divertente, d’improvviso diventa un incubo. I segnali si materializzano con piccole cose quotidiane, come il turista che va al bar e chiede quello che vuole consumare nella propria lingua, magari costringendo il cameriere in uno sforzo di  comprensione. Ma come si può intraprendere un viaggio senza avere la preoccupazione di apprendere almeno qualche parola nella lingua del luogo in cui si va? Soprattutto se si tratta di domandare un servizio, o per chiedere informazioni su un luogo da visitare. Misteri della globalizzazione!

Ma la contraddizione più grande si materializza riflettendo sul contrasto tra queste due affermazioni di uso comune nel definire un posto: “è un posto turistico” oppure “è un posto autentico.”

La prima è allusiva di qualcosa di negativo, ma perché un sito turistico non è buono? Forse perché associamo mentalmente che è costoso, che la qualità può essere discutibile; che i suoi prodotti, le sue decorazioni non rappresentano il luogo ma che sia solo una vetrina che ricostruisce ciò che i turisti pensano che lì sia tipico. In breve: il visitatore si sente come in un grande parco a tema, uno spettatore manipolato. La cosa è tanto vera che quando si vuole differenziare l’esperienza turistica vissuta, per evidenziarla, dandogli una dimensione quasi mistica, si afferma “è un luogo autentico”. Facciamo lo stesso esercizio di prima, e proviamo anche qui ad immaginare un luogo autentico, che sia un quartiere, un negozio o un bar. Perché pensiamo che siano autentici? Semplice, perché rimangono come erano prima, prima dell’arrivo dei turisti. Cioè, non hanno cercato di cambiare, di diventare l’oggetto che i turisti si aspettano.

La conclusione è che si tratta in entrambi i casi di stereotipi con curiosi effetti perversi: i turisti in realtà non vorrebbero sorprese, si aspettano che tutto sia esattamente come se lo sono immaginato, come da informazioni ricevute da altri viaggiatori o da qualche film visto. E invece le città cambiano pur di attirare e piacere ai turisti. Così facendo, per dirla in poche parole si sviliscono luoghi e persone.

Ma qual è il motore di questo cambiamento? Potremmo pensare che se un posto è bello la gente passa o vive ugualmente. Purtroppo però sta accadendo che nei posti belli gli abitanti indigeni trovano sempre maggiori difficoltà, specie economiche (dovuto all’aumento dei prezzi determinato dalla presenza turistica), per vivere in quel posto, e quindi emigrano lasciando spazio ai soggetti che si dedicano al turismo. E volià che il posto non è più bello, visto che gli imprenditori turistici sono presi da un unico pensiero: “cosa posso fare quando passano i turisti per farmi lasciare il loro denaro?” Ma l’ipocrisia e i paradossi continuano… come ad esempio, in quei luoghi dove odiano i turisti poiché questi non spendono soldi da loro. Ma se 3.000 croceristi sbarcano a piedi e tornano a bordo senza spendere soldi questo è vero che costituisce un fallimento per la città, volendo anche una frode, ma in tal caso, è la città che dovrebbe pensare di fare qualcosa, incoraggiarli in qualche modo a spendere soldi, e invece in casi sempre maggiori, si giunge a definirli in maniera xenofoba: vagabondi, o peggio, immigrati.

E’ arriviamo al punto, la differenza come al solito è il denaro. Difatti si è ospitali con i turisti e diffidenti con i rifugiati perché quello che ci preoccupa non è da dove si viene, ma la povertà. Il vero obiettivo quindi non è quello di attirare la gente, ma i soldi. Il sogno è il turismo denominato di “qualità”, sperando però di non chiudersi nel solo pensiero che le uniche persone di valore solo quelli che hanno i soldi come i milionari. Ma questo è il lavoro di un soggetto politico che ha bisogno di una profonda riflessione e di una buona promozione turistica.

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